[1] Mentre avveniva questo, si appressavano degli uomini che portavano un ragazzo, che era andato sui monti con dei suoi compagni alla ricerca di legna. Quivi trovò un nido di pernice e stese la sua mano per portare via le uova, ma un serpente velenoso spuntò di mezzo al nido e la morse. Innalzò grida di aiuto, e i suoi compagni corsero verso di lui trovandolo a terra come morto. Allora i vicini di casa partirono per prenderlo e riportarlo in città.
[2] Giunti al posto nel quale il signore Gesù stava come re, attorniato dagli altri ragazzi come da ministri, i ragazzi corsero incontro a colui che era stato morso dal serpente e dissero ai suoi vicini: "Su, salutate il re!". Ma a motivo del timore che li agitava, non volevano avvicinarsi. Allora i ragazzi li trascinarono con la forza. Quando furono davanti al signore Gesù, egli domandò loro perché portavano quel ragazzo. Saputo che un serpente lo aveva morso, il signore Gesù disse ai ragazzi: "Andiamo a uccidere quel serpente".
[3] Alla preghiera dei parenti affinché fosse loro permesso di proseguire poichè il figlio era in agonia, i ragazzi risposero: "Non avete udito che il re ha detto: "andiamo a uccidere il serpente"? Non volete voi compiacerlo?". E così, sebbene quelli fossero contrari, girarono indietro la lettiga. Giunti che furono a quel nido, il signore Gesù disse ai ragazzi: "E' proprio questo il posto del serpente?". Essi assentirono. Allora, chiamato dal signore, il serpente si fece avanti tutto sottomesso. Egli disse: "Va' a succhiare tutto il veleno che hai iniettato in questo ragazzo". Il serpente si avvicinò al ragazzo e succhiò tutto il suo veleno.
[4] Poi il signore Gesù lo maledisse e subito scoppiò. Il ragazzo, invece, accarezzato dalla mano del signore Gesù, guarì. Avendo poi cominciato a piangere, il signore Gesù gli disse: "Non piangere, presto sarai un mio discepolo". Questo è Simone cananeo del quale parla il Vangelo.
[1] Simone, detto il Cananeo, Giuda, detto Taddeo, e Giacomo, che alcuni chiamano il fratello del Signore, furono fratelli carnali, originari di Cana della Galilea, nati dai coniugi Alfeo e Maria figlia di Cleofa.
L'ultimo di essi nacque dalla stessa madre, ma da padre diverso, e cioè da Giuseppe, uomo giusto, quello al quale andò in sposa la beatissima Madre di Dio, Maria.
Perciò Giacomo fu detto fratello del Signore, quanto alla carne però: a Giuseppe, infatti, padre di Giacomo, era sposata sebbene a lui non sia mai stata unita la Vergine Maria, resa poi incinta dallo Spirito santo, onde diede alla luce, vergine, il salvatore del mondo, il Signore nostro Gesù Cristo.
A motivo di questo vincolo, questi tre figli di Maria di Cleofa furono assunti da Cristo tra i discepoli, e più tardi furono elevati alla dignità di apostoli.
[7] Quanto detto riguarda Giacomo. I fratelli di lui, più grandi d'età, Simone detto il Cananeo e Giuda detto Taddeo e Zelota, anch'essi apostoli di nostro Signore Gesù Cristo, entrati nella religione per rivelazione dello Spirito santo e per la fede, all'inizio della loro predicazione s'imbatterono subito in due maghi, Zaroen e Arfaxat, fuggiti dall'Etiopia dal cospetto di san Matteo apostolo. La loro dottrina infatti era perversa: bestemmiavano il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, dicendolo il Dio delle tenebre; aggiungevano che Mosè era uno stregone, e che tutti i profeti di Dio erano stati inviati dal Dio delle tenebre.
Oltre a ciò dicevano che l'anima umana aveva una parte divina e che il corpo era invece stato fatto da un dio cattivo; e perciò è composto di sostanze opposte: di alcune la carne si rallegra, mentre l'anima si rattrista, e di altre l'anima gioisce e il corpo, al contrario, si affligge. Aggiungevano al numero degli dèi il sole e la luna, e insegnavano che anche l'acqua era divina. Del Figlio di Dio, nostro Signore Gesù Cristo, affermavano che era una immaginazione: che non era vero uomo, che non era nato da una vergine, che non era stato tentato veramente, né veramente aveva patito, né veramente era stato sepolto, che dopo il terzo giorno non era risorto dai morti.
La Persia, insozzata da siffatta dottrina, dopo Zaroen e Arfaxat, meritò di trovare attraverso i beati apostoli Simone e Giuda, il grande Maestro, e cioè il Signore Gesù Cristo, il quale aveva proclamato che avrebbe mandato dal cielo lo Spirito santo, secondo la promessa che diceva: "Vado al Padre e vi mando lo Spirito Paraclito".
[8] Intrapreso il viaggio con l'intenzione precisa di liberare, non appena arrivati, la Persia dalla triste seduzione dei maestri, di cui abbiamo parlato, gli apostoli Simone e Giuda incontrarono l'esercito che andava in guerra, guidato dal comandante in capo del re babilonese Serse, Varardach; costui aveva intrapreso la guerra contro gli Indi, che avevano invaso il territorio della Persia: nel suo seguito aveva sacrificatori, arioli, maghi, incantatori, ognuno dei quali secondo la propria mansione, sacrificando ai demoni, dava i responsi della propria fallacia.
Accadde che nel giorno in cui gli apostoli si trovavano tra l'esercito, quelli, pur facendosi tagli e spargendo il proprio sangue, non riuscivano a dare al comandante il responso a proposito della guerra. Si diressero perciò al tempio della vicina città per consultare colà gli dèi; ne udirono uno che con un grosso muggito così sentenziava: "Ci sono uomini stranieri che camminano con voi per andare in battaglia; per questo non si possono dare responsi; ad essi è stata conferita così tanta potenza da Dio, che nessuno di noi osa parlare alla loro presenza".
Saputo ciò, il comandante in capo del re Serse, Varardach, li fece ricercare tra l'esercito; trovatili, chiese loro di dove fossero, perché erano lì, perché fossero andati da quelle parti. A lui rispose il santo apostolo Simone: "Se chiedi dell'origine, siamo Ebrei; se della nostra condizione, siamo servi di Gesù Cristo; se vuoi sapere il motivo della nostra presenza, siamo venuti per la vostra salvezza, affinché, abbandonato il falso culto degli idoli, possiate conoscere il Dio che è nei cieli".
"Per ora - disse il comandante Varardach rispondendogli -, sto per entrare in battaglia al fine di tenere lontano gli Indi dall'invadere la Persia, prima che abbiano a guadagnarsi le forze ausiliari dei Medi contro di noi. Perciò non è ora il momento opportuno che io discuta delle vostre cose. Se poi il ritorno sarà felice e favorevole a noi, vi ascolterò".
L'apostolo Giuda (rispose): "Signore, ascoltami; è più conveniente che tu conosca colui con la cui forza e con il cui aiuto puoi vincere, o almeno incontrare calmi quelli che ti si sono ribellati".
Allora il comandante Varardach disse: "Poiché odo che i vostri dèi sono davanti a voi e vi danno i responsi, voglio che voi ci prediciate il futuro, affinché possa sapere l'esito della battaglia".
[9] Simone allora rispose: "Affinché ti renda conto che sbagliano coloro che tu pensi ti possano predire il futuro, diamo ad essi la parola per risponderti; quando avranno detto ciò che non sanno, noi proveremo che hanno mentito in tutto". Elevata una preghiera al Signore, proseguì: "In nome del Signore nostro Gesù Cristo, comandiamo che diate, secondo il solito, il responso a costoro che erano avvezzi a interrogarvi".
A questo loro comando quei fanatici cominciarono a darsi da fare, e a dire: "Ci sarà una guerra e dall'una e dall'altra parte potranno morire molti combattenti". Al che gli apostoli di Dio in un impeto di gioia scoppiarono a ridere. Varardach disse loro: "Io sono immerso in un gran timore, e voi ridete?". E gli apostoli: "Cessi pure il tuo timore, poiché con il nostro arrivo è entrata la pace in questa provincia. Perciò metti da parte il tuo progetto difensivo.
Infatti domani, a questa stessa ora, la terza cioè, verranno da te quelli che tu hai mandati innanzi insieme agli ambasciatori degl'Indi, i quali vi annunzieranno che le terre invase sono restituite al vostro dominio, salderanno quanto vi devono, tratteranno la pace consentendo volentieri alla vostra proposta, qualunque condizione vorrete porre, e stabiliranno con voi un patto saldissimo".
Ma i capi dei sacerdoti del comandante, derisero questo modo di parlare, dicendo: "Signore, non prestar fede a cotesti uomini vani e menzogneri, stranieri e perciò sconosciuti; sono vani e menzogneri e perciò dicono cose gradite per non essere presi come spie. I nostri dèi, che mai sbagliano, ti hanno dato il responso: sii cauto e pronto a tutte le evenienze; non seguire quelli che premurosamente cercano di rassicurarti, affinché mentre ti troverai meno attento, all'improvviso tu possa essere assalito facilmente e in modo più violento". Ma il santo apostolo Simone rispose: "Ascoltami, o comandante. Noi stranieri ed ignoti, menzogneri quanto tu vuoi, , non ti comandiamo andiamo di attendere un mese; ti abbiamo detto: "Aspetta un solo giorno, e domani mattina, verso l'ora terza, verranno quelli che hai mandato". Verranno con essi i rappresentanti degli Indi i quali riceveranno da te le condizioni di pace, e saranno in seguito tributari dei Persiani".
[10] Udite queste cose, i sacerdoti persiani, che erano nell'esercito, apertamente gridavano: "I nostri magnifici dèi, nelle loro vesti dorate, cariche di gemme purpuree ed intessute d'oro, tra le coppe, il bisso e la seta ed ogni splendore del regno babilonese, nel dare i responsi divini, qualche volta possono sbagliare; questi cenciosi poi, i quali non hanno personalità alcuna, come osano attribuirsi tanto? Il solo guardarli è un'ingiuria. E tu, comandante, non punisci costoro, la cui sola presenza è di ingiuria ai nostri dèi?". Rispose il comandante: "E' strano che stranieri, miseri e sconosciuti, affermino con tanta costanza ciò che sembra contrario alla testimonianza dei nostri dèi".
I capi dei sacerdoti gli risposero: "Comanda che siano tenuti in custodia, perché non fuggano". E il comandante: "Non solo ordinerò che siano custoditi, ma voi stessi sarete sotto vigilanza fino a domani, affinché ciò che si verificherà insegni se si può o meno comprovare la loro testimonianza. Dopo si vedrà chi veramente debba essere condannato".
[11] Il giorno dopo, secondo la parola degli apostoli, giunsero i messaggeri, che erano stati mandati a gran corsa su dromedari, e annunciarono tutte quelle cose che poco prima avevano predetto gli apostoli. Indignato, il comandante ordinò di accendere una pira perché vi fossero finiti col fuoco i suoi sacerdoti e tutti quelli che si adoperarono per mettere in cattiva luce gli apostoli. Questi poi si presentarono al comandante, dicendo: "Ti supplichiamo, signore, affinché non diventiamo causa della loro rovina; noi siamo stati mandati qui per la salvezza degli uomini e per fare rivivere i morti, non già per far morire quelli che sono vivi".
Pertanto mentre essi, pieni di polvere, giacevano prostrati ai piedi del comandante, questi rispose: "Mi meraviglio che intercediate per costoro che non fecero nulla per il mio seguito, per i tribuni e i satrapi, prendendo tra l'altro grossi premi, e insistendo affinché voi foste arsi vivi".
Al che prontamente gli apostoli: "La dottrina del nostro Maestro contiene queste leggi: non solo non si renda male per male, ma si dia bene in cambio di male. Questa è l'unica distinzione tra la nostra e le altre dottrine, dal momento che tutti gli altri ricambiano il male con il male, ed hanno in odio tutti quelli che li odiano. Noi amiamo i nostri nemici, facciamo del bene a coloro che ci odiano, e preghiamo il Signore per i nostri calunniatori e persecutori". "Allora permettete - disse il comandante - che tutti i beni di costoro siano dati a voi". Ciò detto, comandò di ricercare con cura quanta fosse la ricchezza dei sacerdoti capi. Gli archivisti del fisco gli dissero: "Uno di essi guadagna in un solo mese una libbra d'oro". Furono calcolati 120 talenti, escluso il sommo sacerdote, il quale guadagnava il quadruplo. Furono radunate dunque le famiglie, i vestiti, la servitù, l'argento e l'oro, il bestiame e tutto ciò che potevano possedere: era impossibile calcolare tutta quella ricchezza.
[12] Radunate così le ricchezze, il comandante presentò gli apostoli del Signore al re dicendo: "Costoro, nascondendosi sotto un aspetto umano, sono quelli che i nostri dèi temono, i quali perciò non possono dare responsi agli uomini senza il loro permesso; hanno poi dimostrato che i responsi, gli oracoli e gli stessi fatti preannunciati erano, in realtà, falsi. Questi nostri sacerdoti definivano quelli stranieri come menzogneri, ai quali non si doveva prestare fede, e insistevano presso di me, perché li punissi; mentre tenevo in custodia tutte e due le parti, affinché fosse ricompensata la parte che diceva la verità e fosse punita quella che avrebbe sbagliato: tutto si verificò nel modo in cui costoro predissero.
Volevo che i nostri sacerdoti patissero ciò che s'erano adoperati a far soffrire a costoro; ma ecco che questi, da uomini dabbene, con preghiere s'adoperarono presso di me, affinché quelli non soffrissero assolutamente alcunché di male. Sebbene avessi comandato di far passare a loro le ricchezze di quelli, essi le disprezzarono, col dire: "A noi non è lecito possedere nulla sulla terra, giacché la nostra possessione è eterna ed in cielo, ove regna l'immortalità". Aggiunsero ancora: "Per nessuna ragione possiamo prendere oro, argento, vestiti, casa, possessioni o servi: tutto ciò, infatti, è terreno e non segue l'uomo allorché muore".
Anche dopo aver detto loro di prendere qualcosa, per il fatto che sono poveri e pellegrini, non fummo capaci di persuaderli. "Non siamo poveri - dissero - abbiamo le ricchezze del cielo. Ma se vuoi che quelle ricchezze giovino alla salvezza della tua anima, elargiscile ai poveri, alle vedove e agli orfani, ai malati e agli afflitti; assolvi i debitori che sono messi alle strette dai creditori; apri, senza timore, la mano a chi te la stende e a tutti coloro che ne hanno bisogno. Noi, infatti, non desideriamo alcunché di terreno"".
[13] Avendo il comandante parlato con il re Serse di queste cose ed altre ancora, i maghi Zaroen e Arfaxat che erano già stati al servizio del re, mossi da zelo e insieme da sdegno, sparsero dicerie affermando: "Quegli uomini sono maligni, poiché hanno ordito con astuzia prima contro gli dèi della nazione, poi contro il regno"; e proseguirono: "Se vuoi sapere, o re, ciò che diciamo, non si permetta che essi parlino se prima non avranno adorato i tuoi dèi". E il comandante ad essi: "Avete il coraggio di sostenere il confronto con essi' Se li vincerete, allora si ritrarranno". I maghi replicarono: "E' giusto che, come noi adoriamo i nostri dèi, anche essi li adorino".
E il comandante: "Ciò lo dimostrerà appunto il confronto con voi". E i maghi: "Vuoi vedere che la nostra potenza provi come non potranno parlare alla nostra presenza: comanda che si presentino coloro che sono facondi nel parlare, accorti nelle argomentazioni e vigorosi nell'esprimersi; se dimostreranno coraggio nel parlare alla nostra presenza, ci giudicherai degli ignoranti".
Per ordine del re e del comandante, furono subito convocati tutti e furono avvertiti dal comandante che con tutta la tenacia di cui erano capaci sostenessero delle scommesse con questi maghi, e li facessero desistere dal soggetto delle loro difese e argomentazioni. Dopo che i maghi ebbero parlato alla presenza del re e del comandante e di tutti i notabili, tutta quella accolta diventò muta al punto da non potere indicare neppure con segni che non poteva parlare. Trascorsa quasi un'ora, i maghi dissero al re: "Affinché tu sappia che noi siamo della schiera degli dèi, permettiamo a costoro di parlare, ma non di camminare"; aggiunsero: "Ecco rendiamo loro la facoltà di camminare, ma facciamo sì che ad occhi aperti non vedano nulla".
E avendo fatto anche questo, il cuore del re e del comandante si intimorì, e alcuni loro amici dicevano che non si dovevano disprezzare cotesti maghi, affinché non causassero anche al re e al comandante un qualche malanno corporale. Mentre questo spettacolo si svolse dal mattino presto fino all'ora sesta i convocati furono colpiti da timore, e se ne ritornarono ciascuno alla propria casa, stanchi per il troppo eccitamento.
[14] Il comandante vedendo negli apostoli degli amici, raccontò loro tutto ciò che s'era detto e verificato. Gli apostoli dissero al comandante: "Affinché tu sappia che alla nostra presenza i loro accorgimenti non hanno valore, e che essi hanno perciò paura di noi, comanda che gli stessi convocati vengano da noi prima di andare dai maghi; dopo che saranno stati da noi, entrino pure dal re per sostenere lo stesso confronto; e se prevarranno su di essi, allora tu saprai fino a che punto possiamo essere vinti da essi!".
Il comandante allora convocò tutta quella accolta di persone nella sua casa, e quasi compatendoli disse: "Mi dolgo della umiliazione che avete sopportato nella casa del re! Sappiate che io ho trovato uomini che vi daranno suggerimenti e vi ammaestreranno affinché non solo essi non prevalgano su di voi, ma si allontanino vinti".
Tutta quella moltitudine di convocati si prostrò, rese grazie al comandante, ed ognuno cominciò a supplicarlo affinché adempisse presto quanto aveva detto; ed egli presentò loro gli apostoli del Signore, Simone e Giuda.
Ma i convocati vedendo quelli vestiti molto miseramente, cominciarono ad assumere nei loro confronti un atteggiamento quasi di disprezzo. Ma fattosi silenzio, così parlò loro Simone: "Spesso accade che dentro scrigni dorati e tempestati di gemme si nascondano cose da nulla, e dentro casse di poco valore siano conservate preziose collane di gemme; spesso otri bellissimi sono pieni di aceto e sono esposti alla esecrazione e al disprezzo; mentre otri sgraditi alla vista sono ripieni di ottimo vino che in quelli che lo gustano fa sorgere il desiderio di berne ancora, e così, trascurando lo sgradevole aspetto esteriore, gli uomini pensano solo alla squisitezza che vi si nasconde. Chiunque desidera possedere qualche cosa, non guarda molto a ciò in cui essa è portata, bensì a ciò che è portato.
Perciò non offenda i vostri occhi questo nostro misero vestito: dentro si nasconde ciò che vi farà trovare la gloria eterna e la vita. Tutti noi uomini, infatti, siamo nati da un unico padre e da un'unica madre: creati e posti nella regione dei vivi, spinti dall'angelo dell'invidia, prevaricarono dalla legge che avevano ricevuto dal loro creatore, e divennero servi di colui di cui seguirono la suggestione. Poi con quello stesso angelo, dalla regione della vita eterna furono relegati nell'esilio di questa terra.
Dio ciononostante estese la sua misericordia anche in questa parte, affinché l'uomo adorasse come suo creatore un solo Dio, e non avesse a venerare gli elementi della natura, né dicesse al legno, da lui stesso lavorato: "Tu sei il mio Dio". Invece l'uomo si allontanò dal suo Dio, dal suo protettore, e quel che è più dal suo salvatore, per obbedire al suo nemico. Tale errore poi l'angelo principe dell'invidia lo trasfuse e radicò negli uomini a tal punto che essi stessi ne fossero posseduti per poter fare di essi quello che vuole; cerca di allontanare così il genere umano dal Dio vero, del quale questo stesso angelo ha paura.
Per questo motivo servendosi dei suoi maghi, quando lui volle vi fece tacere, poi non vi permise di vedere, e vi fece restare immobili. Affinché vi rendiate conto che è così, venite da noi e acconsentite a rinunciare al culto degli idoli, per adorare e onorare il solo Dio invisibile. Quando avrete fatto questo, imporremo le nostre mani sul vostro capo, e tracceremo il segno di Cristo sulla vostra fronte; e se dopo non sarete capaci di confutarli, potrete pure pensare che noi sbagliamo in tutto ciò che asseriamo".
[15] Tutti indistintamente i convocati giudicarono giusto quanto era stato loro detto; si prostrarono davanti agli apostoli esclamando: "Fate allora, vi supplichiamo, che essi non possano rendere vano l'uso della lingua, né arrecare impedimento alcuno alle nostre membra: e scenda su di noi l'ira di Dio, se crederemo ancora agli idoli".
Appena i convocati dissero ciò, i santi apostoli Simone e Giuda, si prostrarono a terra e pregarono Dio così: "Dio di Israele, che hai reso vani gli accorgimenti dei maghi Jamne e Mambre, desti ad essi confusione e piaghe, e ordinasti che perissero, altrettanto faccia la tua mano sopra i maghi Zaroen e Arfaxat. Rendi forti e stabili questi tuoi figli, i quali promettono di abbandonare ogni culto di idoli, resistano costantemente contro di essi, e tutti sappiano che tu sei l'Onnipotente che regna nei secoli dei secoli". Avendo risposto tutti: "Così sia", essi segnarono la loro fronte e se ne andarono.
Quelli poi entrarono dal re insieme al comandante, e poco dopo si presentarono anche i maghi; tentarono di ripetere ciò che avevano fatto prima, ma questa volta non riuscivano in alcun modo. Allora uno dei convocati, di nome Zebeo, disse: "Ascolta, re signore, bisogna allontanare questo sterco e spazzolarlo via dal tuo regno, affinché non avvenga che sparga la putredine in tutti. Hanno con sè l'angelo nemico del genere umano e in tal modo si burlano degli uomini, sicché quest'angelo cattivo ne tiene schiavi quanti più può: tiene poi soggiogati coloro che non sono soggetti al Dio onnipotente.
I maghi insistevano affinché i santi apostoli adorassero gli dèi, e in tal modo offendessero il vero Dio, per potere poi esercitare più facilmente in essi le loro magie per mezzo dell'angelo del male. Tracciato, infine, con le loro dita, il segno del loro Dio sulla nostra fronte, ci mandarono qui con queste parole: "Se dopo questo segno di Dio, prevarranno le loro magie, sappiate che noi abbiamo mentito in tutto ciò che vi abbiamo insegnato". Ecco dunque che in nome del Dio onnipotente ora ci avviciniamo ai maghi, li insultiamo e ci contrapponiamo a loro; se sono capaci, facciamo ciò che hanno compiuto il giorno innanzi".
16] I maghi indignati per questo fatto, fecero venire un mucchio di serpenti. Esterrefatti, quelli che assistevano gridavano affinché il re chiamasse gli apostoli. Furono mandati dei messi, e subito giunsero gli apostoli: riempirono i loro mantelli di serpenti e li mandarono agli stessi maghi, dicendo: "In nome del Signore nostro Gesù Cristo, non morirete, ma toccati dai loro morsi darete urla di dolore". I serpenti presero subito a mordere le loro carni e quelli mandavano ululati da lupi.
A questa vista il re e tutti quelli che assistevano dissero agli apostoli: "Fate che i maghi muoiano per mezzo dei serpenti". Ma essi risposero: "Siamo stati mandati per portare tutti dalla morte alla vita, e non dalla vita alla morte".
Pertanto, fatta una preghiera, gli apostoli dissero ai serpenti: "In nome di Cristo Gesù ritornate ai vostri luoghi e riprendete con voi ogni veleno inoculato a questi maghi". I maghi pertanto soffrirono nuove torture, allorché i serpenti con rinnovati morsi tolsero il loro veleno succhiando sangue.
Mandati via i serpenti, gli apostoli così parlarono ai maghi: "Ascoltate, empi! la sacra Scrittura che dice: "Chi prepara una fossa al suo prossimo, egli stesso per primo vi cadrà". Voi avete preparato a noi la morte; noi invece abbiamo pregato nostro Signore Gesù Cristo, affinché vi preservasse dalla morte presente; voi per molti anni potevate essere afflitti dai morsi di questi serpenti, ecco invece che al compiersi del terzo giorno, con le nostre preghiere vi sarà ridonata la sanità. Forse cesserete così dalla vostra empietà e proverete la verità di Dio a vostro riguardo. Però in questi tre giorni facciamo sì che siate dominati dai dolori affinché abbiate a pentirvi dei vostri errori".
[17] Dopo che gli apostoli ebbero finito di parlare, i maghi furono tradotti in un nosocomio e per tre giorni non poterono prendere né cibo né bevanda perdurando costantemente in essi il tormentoso lamento causato dai dolori. Trovandosi ormai sul punto di spirare i due maghi Zaroen e Arfaxat, furono avvicinati dagli apostoli, con queste parole: "Il Signore non accetta un servizio forzato; levatevi su sani e liberi di convertirvi dal male al bene, di uscire dalle tenebre alla luce". Ma quelli persistettero nella loro malvagità; come erano fuggiti dal cospetto dell'apostolo Matteo, così fuggirono da questi due apostoli, e si portarono presso gli adoratori degli idoli, in tutta la regione della Persia, allo scopo di suscitare inimicizie contro gli apostoli; dicevano dunque: "Ecco che stanno per venire da voi i nemici dei nostri dèi. Se volete mantenervi propizi gli dèi, obbligateli a sacrificare loro. Se non vorrete, almeno uccideteli".
[18] Dopo che tra gli apostoli e i maghi erano capitate queste cose in Persia, essendone stati richiesti dal re e dal comandante, i beati Simone e Giuda dimorarono a Babilonia, compiendo ogni giorno grandi meraviglie: davano la vista ai ciechi, l'udito ai sordi, facevano camminare gli storpi, mondavano i lebbrosi, scacciavano demoni d'ogni genere dai corpi degli ossessi. Facevano inoltre molti discepoli, alcuni dei quali li ordinavano nelle città come presbiteri, diaconi e chierici e costituivano molte Chiese.
Avvenne poi che uno dei diaconi fu incriminato di incesto. Era parente della figlia del satrapo, uomo molto ricco; e quella, perduta la verginità, durante il parto si trovava in pericolo di morte. Interrogata dai genitori, accusava l'uomo di Dio, il santo e casto diacono Eufrosino; e questi, trattenuto dai genitori della fanciulla, era sotto la minaccia di una vendetta.
Udito ciò, gli apostoli si portarono presso i genitori della fanciulla; e quelli appena li videro cominciarono a gridare accusando il diacono come reo di questo crimine. Allora gli apostoli domandarono: "Quando è nato questo bimbo?". Risposero: "Oggi, alla prima ora del giorno". Risposero gli apostoli: "Portate qui il bambino e conducete qui anche il diacono che voi accusate!". Stando lì tutti presenti, gli apostoli si rivolsero al bimbo dicendo: "In nome del Signore nostro Gesù Cristo, parla e dì se è questo diacono che compì tale iniquità". Il bambino, parlando molto chiaramente, rispose: "Questo diacono è un uomo santo e casto, non ha inquinato la sua carne". Ma i genitori insistevano ancora presso gli apostoli, affinché si interrogasse il bambino sulla persona responsabile dell'incesto. E quelli risposero: "E' giusto che noi assolviamo gli innocenti, ma non è giusto che tradiamo i colpevoli".
[19] Mentre da parte degli apostoli si compivano queste cose a Babilonia, accadde che due ferocissime tigri che erano rinchiuse ciascuna. in una grotta, per uno strano caso furono liberate, e fuggirono divorando qualsiasi cosa incontravano sul cammino. Costernato per questo fatto, tutto il popolo ricorse agli apostoli di Dio. Questi invocarono il nome del Signore nostro Gesù Cristo, e comandarono loro di seguirli nella casa dove dimoravano. E qui rimasero tre giorni.
Convocatavi poi tutta la moltitudine, dissero: "Ascoltate, voi tutti figli degli uomini fatti ad immagine di Dio, e ai quali Dio diede ingegno, memoria, intelligenza; considerate come le fiere, che mai ebbero l'abitudine di restar mansuete, udito il nome del Signore Gesù Cristo, sono diventate come agnelli; mentre gli uomini fino ad ora seguitano in una ostinazione tale da non capire che questi simulacri di oro e di argento, battuti e fatti artificialmente ad arbitrio dell'uomo, scolpiti in pietra o legno, non sono dèi; ignorate il Signore che vi ha creato, che vi manda la pioggia dal cielo e vi procura il pane dalla terra, il vino e l'olio dai rami di alberi, affinché sappiate che è lui il vero Dio, come vi testimonieranno queste tigri: proprio esse vi ammoniscano che non dovete onorare nessun altro Dio, all'infuori del Signore nostro Gesù Cristo, in nome del quale esse sono divenute mansuete, e si aggireranno in mezzo a voi come agnelli, e al sopraggiungere della sera ritorneranno nelle loro tane, ove poi rimarranno. Intanto noi ci porremo in cammino, percorreremo altre città e province, affinché si faccia conoscere a tutti la predicazione del vangelo del nostro Signore Gesù Cristo".
A queste parole degli apostoli, la gente piangeva pregandoli di non andarsene. A tale richiesta i beati Simone e Giuda protrassero ancora per un anno e tre mesi la permanenza in Persia. In questo spazio di tempo furono battezzati più di sessantamila uomini, senza contare i bambini e le donne; per primo fu battezzato il re con tutti i suoi dignitari.
In seguito, vedendo che con la parola erano curate le infermità, era data la vista ai ciechi ed erano anche risuscitati i morti in nome del Signore Gesù Cristo, tutti i popoli si convinsero a distruggere i templi e a edificare la Chiesa.
[20] Nella città di Babilonia gli apostoli consacrarono un vescovo di nome Abdia, venuto con essi dalla Giudea, lui che pure aveva visto il Signore con i suoi occhi; e la città fu ripiena di chiese.
Avendo convenientemente ordinato tutte le cose, gli apostoli uscirono dalla Persia. Li seguirono moltitudini di discepoli; più di duecento uomini. Percorsero le dodici province della Persia e le loro città; ciò che compirono e ciò che soffrirono per tredici anni lo ha scritto in una lunga narrazione Cratone, discepolo degli stessi apostoli, comprendendo tutto in un'opera di dieci libri, che lo storiografo Africano ha tradotto in lingua latina. Da queste notizie per chi vuole sapere quali furono i progressi della predicazione o in quale modo gli apostoli Simone e Giuda lasciarono il mondo, scelgo poche cose tra le molte.
I maghi Zaroen ed Arfaxat compivano molte empietà nelle città della Persia e dicevano di essere di stirpe divina; fuggivano sempre davanti agli apostoli; dimoravano in una città fino a quando non sapevano che stavano per sopraggiungere gli apostoli. Questi poi ovunque entravano smascheravano le loro empietà, e dimostravano che la loro dottrina era suggerita dal nemico del genere umano.
Nella città di Suanir c'erano settanta sommi sacerdoti preposti ai vari templi. Costoro erano soliti percepire dal re una libbra d'oro a testa allorché celebravano i conviti in onore del Sole e ciò avveniva di solito quattro volte all'anno: all'epoca dei noviluni, e cioè all'inizio della primavera, dell'estate, dell'autunno e dell'inverno. I maghi istigarono questi sommi sacerdoti contro gli apostoli di Dio, dicendo: "Stanno per giungere due Ebrei, nemici di tutti gli dèi. Perciò appena cominceranno a dire che si deve adorare un altro Dio, voi sarete privati dei vostri beni e diverrete oggetti di disprezzo al cospetto del popolo. Arringate pertanto il popolo, affinché appena costoro entreranno in città siano obbligati a sacrificare: se consentiranno saranno in accordo con i vostri dèi; se poi non vorranno sacrificare, sappiate che entrano affinché voi decadiate, siate depredati e messi a morte".
[21] Avvenne che, dopo aver percorso tutte le province, giunsero nella grande città di Suanir. Entrati, si stabilirono presso un loro discepolo, uomo della stessa città, di nome Sennem. Verso l'ora prima tutti i sommi sacerdoti, con una moltitudine di popolo, vennero a casa di Sennem, gridando: "Conduci, dinanzi a noi i nemici dei nostri dèi. Se non sacrificherai con loro ai nostri dèi, faremo ardere te, la tua casa, unitamente ad essi".
Frattanto gli apostoli di Dio furono catturati e condotti senza indugio al tempio del Sole. Non appena vi entrarono, i demoni presero a gridare negli energumeni: "Che c'è tra noi e voi, apostoli del Dio vivo? Al vostro ingresso siamo bruciati da fiamme". In un'aula del tempio, a oriente, c'era la quadriga del Sole tutta di oro fuso; in un'altra aula c'era la Luna di puro argento, anch'essa con una quadriga d'argento puro.
[22] I sommi sacerdoti, insieme al popolo, presero a costringere gli apostoli, affinché adorassero in quello stesso luogo. Accortosi di ciò Giuda disse a Simone: "Fratello Simone, vedo il mio Signore Gesù Cristo che ci chiama". Simone rispose: "E' da lungo tempo che intravedo il volto del Signore in mezzo agli angeli. Anche a me l'angelo del Signore disse mentre pregavo: "Vi farò uscire dal tempio, e poi lo farò crollare su di loro"; io risposi: "Giammai, Signore, avvenga ciò! Forse ci sono alcuni che possono convertirsi al Signore"".
Mentre così parlavano tra loro in lingua ebraica, apparve ad essi un angelo del Signore dicendo: "Confortatevi, e scegliete una di queste due cose: o l'improvvisa rovina di tutti costoro, o la garanzia di un buon combattimento nell'attesa della palma del martirio". Gli apostoli risposero: "E' necessario implorare la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, affinché sia propizia verso quelli, e aiuti noi affinché possiamo tendere con costanza alla corona".
Mentre gli apostoli, e solo essi, udivano e vedevano ciò, erano spinti dai sommi sacerdoti ad adorare i simulacri del Sole e della Luna. Gli apostoli dissero loro: "Intimate silenzio, affinché la risposta possa essere udita da tutto il popolo".
Fatto il silenzio, dissero: "Ascoltate tutti e vedete: noi sappiamo che il sole è servo di Dio e similmente la luna è soggetta all'ordine del suo creatore. Stando però essi nel firmamento del cielo, non è senza offesa contro di essi che sono rinchiusi in templi, essi che da tutti i tempi sono visibili nel cielo. Affinché comprendiate che i loro simulacri non contengono il sole, ma demoni, io comanderò ad un demonio che si nasconde nel simulacro del Sole e mio fratello ad un altro demonio nascosto nel simulacro della Luna, donde vi inganna, affinché escano e quelli siano ridotti in pezzi".
E tra lo stupore di tutti, Simone disse al simulacro del Sole: "A te, pessimo demonio ingannatore di questo popolo, ordino di uscire dal simulacro del Sole e di mandarlo in frantumi con la sua quadriga". Così anche Giuda disse alla statua della Luna. Ed ecco che tutto il popolo vide due Etiopi neri, nudi, di orribile aspetto, che allontanandosi gridavano sguaiatamente, lanciando maledizioni. Dopo questo, i sommi sacerdoti e il popolo si lanciarono contro gli apostoli di Cristo e li uccisero nella mischia.
Gli stessi apostoli di Dio, in verità, erano gioiosi ed alacri e rendevano grazie a Dio, perché erano stati trovati degni di soffrire per il nome del Signore.
[23] Furono martirizzati il primo di luglio. Insieme agli apostoli allora patì anche Sennem, loro ospite, poiché anche lui aveva ritenuto cosa spregevole sacrificare agli idoli. Nella stessa ora della loro passione, c'era in cielo una grandissima serenità, eppure apparvero all'improvviso folgori tali che lo stesso tempio fu spaccato in tre parti, dalla parte più alta del tetto fino alle estreme profondità delle fondamenta; nello stesso tempo anche i due maghi, Zaroen e Arfaxat, di cui abbiamo parlato, furono arsi da un guizzo di lampo e trasformati in carbone.
Tre mesi dopo, il re Serse mandò nella città di Suanir ambasciatori con l'ordine di confiscare i beni dei sommi sacerdoti, e di trasferire le salme dei santi apostoli nella sua città, ove iniziò la costruzione di una basilica ottagonale, dal perimetro di 640 piedi, e di 120 piedi d'altezza: fu costruita con marmi squadrati e la volta era coperta da lamine d'oro. Al centro dell'ottagono eresse un sarcofago di argento puro, contenente i corpi dei beati apostoli. La costruzione di quest'opera si protrasse per tre interi anni: terminò nel giorno natalizio degli apostoli e nel giorno della loro incoronazione fu consacrata: il primo luglio.
In questo luogo ottengono grazie coloro che credono nel Signore Gesù Cristo e hanno la fortuna di pervenirvi.
Dopo il martirio di Giacomo e la caduta di Gerusalemme che subito seguì, narra la tradizione che gli apostoli e i discepoli del Signore che erano ancora in vita, convenuti da ogni parte, si unirono ai parenti del Signore (la maggior parte dei quali era ugualmente ancora in vita a quel tempo) e tennero consiglio tutti insieme per decidere chi giudicare degno di succedere a Giacomo.
All'unanimità tutti designarono vescovo di quella diocesi Simeone, figlio di Cleopa, che è menzionato nel Vangelo ed era, a quanto dicono, cugino del Salvatore (Egesippo racconta infatti che Cleopa era fratello di Giuseppe).
1. Dopo Nerone e Domiziano, anche sotto l'imperatore di cui stiamo esaminando il periodo si scatenò, come è noto, una persecuzione contro di noi, parzialmente e secondo le città, a causa di una rivolta popolare. In essa, ci dice la tradizione, trovò la morte Simeone, figlio di Cleopa, che abbiamo indicato come secondo vescovo della Chiesa di Gerusalemme.
2. Ne è testimone quello stesso Egesippo da cui abbiamo già desunto diversi passi. Trattando di certi eretici, egli soggiunge che Simeone, da loro accusato in quel tempo, fu sottoposto per più giorni, perché cristiano, ad ogni tipo di tortura, provocando enorme stupore nello stesso giudice e in chi gli stava intorno, e infine subì una morte uguale a quella del Signore.
3. Ma e meglio ascoltare l'autore stesso, che dice testualmente: "Alcuni di questi eretici accusarono Simeone, figlio di Cleopa, di essere discendente di Davide e cristiano; egli subì così il martirio, all'età di centoventi anni, sotto Traiano Cesare e il consolare Attico".
4. L'autore riferisce poi che capitò anche ai suoi stessi accusatori, quando si fecero ricerche per rintracciare i Giudei della tribù dei Re, di essere arrestati in quanto ad essa appartenenti. A ragione si può quindi dire che Simeone fu tra quelli che videro e udirono il Signore, se consideriamo la lunghezza della sua vita e l'accenno fatto nei Vangeli a Maria, moglie di Cleopa, di cui Simeone, come si è già detto, fu figlio.
5. L'autore riferisce che anche altri discendenti di uno dei cosiddetti fratelli del Salvatore, di nome Giuda, sopravvissero fino al regno di Traiano, dopo aver reso testimonianza della loro fede in Cristo, come abbiamo già narrato, al tempo di Domiziano. Così scrive:
6. "Come testimoni e parenti del Signore, essi vennero quindi a presiedere ogni Chiesa, e quando vi fu pace profonda in tutte, sopravvissero fino all'età di Traiano Cesare, cioè fino a quando il figlio dello zio del Signore, il suddetto Simeone figlio di Cleopa, fu denunciato dagli eretici e giudicato anch'egli per lo stesso motivo, sotto il consolare Attico. Torturato per molti giorni, testimoniò la sua fede in modo tale, che tutti, compreso il consolare, si stupirono di come un uomo di centoventi anni potesse resistere tanto; e fu condannato alla crocifissione".
7. Lo stesso autore, inoltre, riportando gli avvenimenti dei tempi in questione, aggiunge che la Chiesa rimase fino ad allora vergine pura e incorrotta, poiché coloro che più tardi tentarono di corrompere la regola salutare della predicazione del Signore, fino a quel momento, se pure ve n'erano, se ne stavano rintanati nell'ombra più oscura.
8. Ma quando venne a mancare, in seguito a tipi diversi di morte, la sacra schiera degli apostoli, e scomparve la generazione di coloro che furono giudicati degni di sentire con le proprie orecchie la sapienza divina, fu proprio allora, per l'inganno di falsi maestri, che si originò l'empio errore. Non essendo rimasto più alcun apostolo, essi tentarono ormai a viso aperto di sostituire alla predicazione della verità ciò che chiamavano falsamente conoscenza.