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Libro V - Gesta di San Giovanni evangelista

[1] Giovanni, fratello di Giacomo il Maggiore, ma di lui più giovane, figlio di Zebedeo, fu chiamato da Cristo mentre pescava, il quale poi non solo lo innalzò al vertice dell'apostolato, ma lo circondò di un amore tutto speciale. Infatti, quando Cristo si manifestò trasfigurato sul monte e quando venne catturato nell'orto, Giovanni fu uno dei tre presenti. Senza dire che nell'ultima Cena, quando il Salvatore del mondo istituì quel grande segno della nostra salvezza, sedendosi vicino a Cristo, si riposò reclinando il capo sul suo petto. Di lui un evangelista scrive anche questo, che la madre pregò Cristo, affinché, dei suoi figli, uno sedesse alla destra e l'altro alla sinistra nel regno dei cieli; e intendeva parlare di Giacomo e di questo Giovanni.

Come aveva comandato Cristo sul legno della croce, ebbe sempre cura, fin dalla passione del Maestro, della vergine Madre del Signore.

Assieme al fratello Giacomo predicò Gesù Salvatore ai Giudei e ai Samaritani. In seguito si unì a Pietro e dopo la risurrezione, mentre il Signore veniva incontro a loro che stavano pescando, Giovanni lo indicò, avendolo riconosciuto prima di Pietro. Ricevuto inoltre lo Spirito santo, entrò assieme a Pietro verso l'ora nona nel tempio di Gerusalemme, ridonò la salute ad Enea, il paralitico e zoppo fin dal seno materno, il quale chiedeva l'elemosina presso la porta Bella. Dopo di che, seguendo il comando del Maestro, annunciò il vangelo alle genti della Palestina, poi passò in Asia e infine ad Efeso, dove esercitò il ministero apostolico, fino all'età del Cesare Domiziano, quasi nonagenario.

Questo sembra averglielo predetto Cristo durante la sua vita. Infatti, allorché Gesù comandò a Pietro di seguirlo vedendo questi che Giovanni gli stava dietro più velocemente (a lui, infatti, Gesù aveva dato lo stesso ordine) e mal sopportandolo gli domandò che cosa avrebbe fatto di Giovanni, gli rispose che se avesse voluto che rimanesse in vita fino al suo ritorno, a lui non interessava nulla. I discepoli non comprendendo il discorso, prima di ricevere lo Spirito santo, errando, credettero che Giovanni non sarebbe mai morto.

[2] Anche questo è un indizio non comune dell'amore del Salvatore verso il beato Giovanni, che con una esistenza più lunga degli altri, come già si è detto fino all'età dell'imperatore Domiziano, annunziò in Asia la parola di salvezza alle genti e poco dopo la morte di Timoteo, cominciò a governare la Chiesa di Efeso.

Avendogli, il proconsole del luogo, letto l'editto imperiale per fargli negare Cristo e cessare dal predicare, il beato apostolo con coraggio rispose che era meglio obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini. "Perciò, disse, nè rinnegherò Cristo mio Dio, nè cesserò di predicare il suo nome, fino a che non avrò terminato il corso del mio ministero, che ho ricevuto dal Signore".

A tale risposta il proconsole si adirò e diede ordine che, come ribelle, fosse messo in una caldaia di olio bollente. Ma gettato nel vaso di bronzo, quale atleta fu unto; non ne uscì per nulla scottato. Il proconsole stupito per tale miracolo, lo voleva liberare e l'avrebbe fatto se non avesse temuto l'editto di Cesare. Escogitando perciò una pena più mite, lo relegò in esilio, nell'isola che è chiamata Patmos. Qui vide e scrisse l'Apocalisse, che va sotto il suo nome.

Dopo la morte di Domiziano, perché il senato aveva ordinato di abolire tutti i suoi decreti, tra coloro che da lui erano stati relegati in esilio e ora ritornavano alle proprie terre, anche il santo Giovanni fece ritorno ad Efeso, dove aveva una piccola casa e molti amici. Era a tutti amabile per la pienezza della grazia di Dio e per la vita sincera.

In questa città invecchiò; confermava la predicazione della parola di Dio anche con segni straordinari; tanto che al solo tocco della sua veste i malati erano guariti, gli infermi curati, i ciechi riavevano la vista, i lebbrosi venivano mondati e i demoni qua e là venivano espulsi dagli ossessi.

[3] Ritornato dunque ad Efeso, l'apostolo era pregato di visitare anche altre province, in cui fondare Chiese dove non c'erano ancora e dove esistevano istituire sacerdoti e ministri, secondo che lo Spirito santo gli avrebbe rispettivamente indicato. Arrivato ad una città, situata non molto lontano, radunati solennemente tutti gli ecclesiastici, vide un giovane robusto di statura, con volto elegante, ma molto acre di animo. Guardando verso il vescovo appena consacrato: "Ti affido - disse - questo giovane molto cordialmente, sotto la testimonianza di Cristo e di tutta la Chiesa".

Egli, accettandolo, promise che avrebbe adoperato ogni diligenza, come Giovanni comandava. Ma Giovanni, ripetendo spesso le stesse cose, raccomandava più accuratamente il giovane. Dopo di che fece ritorno ad Efeso. Allora il vescovo portò in casa sua il giovane affidatogli e con ogni diligenza lo nutrì, lo circondò di affetto, lo curò e infine gli diede la grazia del Battesimo.

In seguito, confidando ormai nella grazia con cui era stato fortificato, incominciò a trattarlo con maggior indulgenza. Ma questi, lasciato ad una immatura libertà, frequentando i coetanei che amavano il lusso e le risse, venne avviato ad amare i vizi e seguire una via corrotta. In primo tempo cedette alle licenziosità dei conviti; i cattivi poi lo obbligarono a partecipare ai furti notturni e lo spinsero a delitti sempre maggiori.

Intanto a poco a poco il giovane venne formato e avviato a compiere delitti e poiché aveva un certo ingegno, come un cavallo scatenato e robusto che con duri morsi abbandona la retta strada e disprezza la sua guida, rapidamente venne spinto tutto nel precipizio. I mali si inseguirono tanto che si disperava anche della salvezza avuta dal Signore. Si sdegnò perfino di pensare piccoli delitti e ne escogitò di più grandi. E buttandosi per intero nella perdizione, non volle essere inferiore a nessuno nella scelleraggine. Infine fece suoi discepoli coloro che in un primo tempo gli erano stati maestri di crimini e fece di questi una banda di ladroni, dei quali diventò condottiero e principe violento, e con essi si macchiò di ogni crudeltà.

Dopo un certo tempo, essendosi presentata l'opportunità, Giovanni fu invitato nuovamente in quella città. E avendo sistemato le cose per cui era venuto: "Suvvia - disse - mostrami, vescovo, il deposito che io e Cristo ti abbiamo affidato, sotto la testimonianza della Chiesa che governi". Ma lui rimase sorpreso: prima pensò che gli fosse chiesto denaro che non aveva ricevuto; poi pensò che Giovanni non poteva sbagliare, né chiedere ciò che non aveva dato: continuava dunque a stupirsi.

Vedendolo esitante, Giovanni disse: "Ti chiedo quel giovane e l'anima di quel fratello". Allora, dando un grave sospiro, il vecchio proruppe in pianto dicendo: "E' morto". "Come - domandò Giovanni - e di quale morte?". "E' morto al Signore. E' diventato, infatti, cattivo e crudele, e infine ha abbracciato la professione di ladro; ora occupa un monte con un nutrito gruppo di ladri".

Al sentire questo l'apostolo si stracciò la veste che indossava e, tra i gemiti, si percuoteva il capo. "Ti avevo lasciato - disse - qual buon custode dell'anima di un fratello! Mi sia subito preparato un cavallo e una guida per il viaggio". E così subito partendo da quella Chiesa in fretta cercò di arrivare là, ma giunto al luogo fu preso da quei ladri, che facevano la guardia Egli non cercò né di fuggire né di riparare in qualche luogo, gridava solo a gran voce: "Poiché sono giunto qua, fatemi venire davanti il vostro capo". Mentre veniva tutto armato, da lontano vide e riconobbe l'apostolo Giovanni, e, preso da vergogna, se ne fuggì.

Ma l'apostolo fece partire il cavallo dietro a lui, e seguì il fuggitivo, dimentico perfino dell'età, gridando: "Perché fuggi, figlio da tuo padre? Perché fuggi da un vecchio ormai senza forze? Abbi pietà, non temere, abbi ancora speranza di vita. Per te io volentieri vado incontro alla morte, come ha fatto per noi il Signore, e per la tua anima darò la mia vita. Soltanto fermati e credimi che Cristo mi ha mandato". Quello sentì, si fermò e si mise con la faccia a terra, poi gettò via le armi e, terrorizzato, piangeva amarissimamente. E buttandosi alle ginocchia del vecchio che si avvicinava, emise molti gemiti e ululati. E così fu battezzato quasi di nuovo con le abbondanti sue lacrime; però occultava attentamente la sua destra.

L'apostolo con giuramento promise che avrebbe impetrato dal Salvatore il perdono; anche lui si inginocchiò e baciò la mano destra che per la coscienza di tanti delitti era contorta, e fu allora purificata grazie alla penitenza.

Fatto ritorno alla Chiesa, elevò subito molte preghiere per lui, e iniziò con lui forti digiuni, chiedendo al Signore il perdono, come gli aveva promesso. Inoltre con varie conversazioni consolatorie, quasi fossero ritornelli, mitigò i suoi feroci e terribili sentimenti. Né smise fintantoché, una volta emendato completamente, lo pose a capo della Chiesa locale, dando così grandi esempi di vera penitenza, un vero segno di rinascita spirituale e mostrando in lui un insigne trofeo di visibile risurrezione.

[4] Così il santo Giovanni, dopo aver raggiunto moltissime città per predicare la parola di Dio, fece ritorno a Efeso, perché capì che l'ora della morte si avvicinava. A Efeso l'apostolo visse sempre in grande considerazione presso la gente, tanto che c'era chi amava toccare le sue mani, e chi le metteva sui suoi occhi e poi le portava al petto, se così l'uso richiedeva; molti inoltre erano guariti dal semplice tocco di un lembo della sua veste.

Ma l'avversario soffriva per queste gioie sante e per la pia celebrità. Non sopportando che essa fosse immune da frode, si sforzò di turbarla e per fare del male si scelse un pagano che non conosceva Dio, e prese quale pretesto la bellezza di una nobildonna cristiana, di nome Drusiana; inoltre il medesimo nostro nemico, per facilitare la caduta, assunse l'età del giovane, che si chiamava Callimaco. Questi, appena vide Drusiana, si accese di un fortissimo amore per lei. E quantunque la sapesse moglie di Andronico, tuttavia meditava pazzamente l'adulterio.

Spesso si parlava di lei ed era opinione comune che quella donna, attenta alla predicazione apostolica, a causa del culto divino, non si unisse a suo marito e, fosse come chiusa in un sepolcro, neanche costretta avrebbe soddisfatto la volontà del marito. Anzi aveva deciso di morire, piuttosto di ripetere gli usi del matrimonio, anche se il marito insisteva col dire: "O fai la moglie, come nel passato, o ti colpirò a morte quando ti rifiuterai". Ma lei non si lasciò rimuovere neppure sotto la minaccia di morte, né abbandonò la celeste contemplazione di fronte a doni o altre cose illecite.

Veramente essa sapeva e aveva udito del giovane predetto, pazzo di amore per lei; egli era stato richiamato da molti, e gli era stato detto che non avrebbe combinato nulla, ma non se ne curò, pensando di tentare con il suo furore quella donna forte della parola di Dio, la quale aveva obbligato anche suo marito ad osservare la castità, pensando all'unione coniugale soltanto per carità.

Si rivolse dunque alla donna, spinto dalla speranza di approfittare di lei; ma lei cominciò a condurre una vita di giorno in giorno più triste. Drusiana, offesa da quelle parole procaci, due giorni dopo ebbe la febbre; si doleva di essere tornata in Efeso e che per la sua bellezza fosse sorta una tale nefandezza. "Non fossi mai ritornata in patria, diceva, oppure lui, istruito nella parola di Dio, non fosse mai caduto in questo errore! E poiché io sono causa di tale ferita in un'anima malata, desidero morire, Signore Gesù, affinché, chiamata la tua serva, il misero possa condurre la sua vita più tranquillamente". Drusiana proferiva tali cose alla presenza di Giovanni apostolo; ma né l'apostolo né gli altri capivano dove volesse andare a finire.

Triste e mesta, a causa della ferita di quel giovane, essa morì. Ciò rese ancora più cupo il marito, poiché la moglie aveva avuto una morte turbata e aveva preferito rendere l'anima, essendo stretta dal dolore.

[5] Piangeva dunque Andronico, tanto che l'apostolo lo riprese con queste parole: "Non piangere così, come se ignorassi dove essa è andata. Non sai che è migliore della presente quella vita celeste alla quale è passata la santa e fedele Drusiana aspettando con fiducia la risurrezione dai morti?". Andronico gli rispose che non dubitava della risurrezione di Drusiana, né cambiava fede; sapeva che si salva colui che termina puramente il corso di questa vita, ma era disgustato per il fatto che aveva saputo di un certo dolore nascosto, dolore che aveva preso sua sorella (così chiamava Drusiana), la cui causa non si era potuta conoscere da lei, né poteva saperla ora dato che il corpo riposava già nel sepolcro.

L apostolo interrogò segretamente Andronico di che si trattasse; poi, dopo essersi un po' riposato, alla presenza di tutti i fratelli che si erano radunati desiderosi di gustare il dolce parlare dell'apostolo, proferì queste parole:

[6] "Il comandante di una nave dà l'addio ai marinai, a coloro che hanno salpato con lui e alla stessa nave appena l'ha condotta in porto e l'ha affidata a un porto sicuro. Il contadino dopo che ha gettato il seme in terra, lavorato con molta fatica e diligenza il campo e messo la cinta, si concede il riposo solo quando ha riportato le messi nei magazzini. Chi corre nello stadio, esulta solo quando ha ricevuto il premio. Colui che si prepara a combattere da atleta, gioisce quando si è portato via la corona. Insomma tutti coloro che si dedicano alle diverse arti, alla fine del loro dovere e della loro opera, giustamente lodano Dio, poiché non sono stati squalificati, ma giustificati secondo la promessa che il Signore si è degnato fare ai suoi santi.

Non è forse vero che ciascuno è sicuro che la fede da lui professata è stata accettata, quando è terminato il corso della vita, ed egli restituisce intatto ciò che gli fu affidato? Molte cose, infatti, possono distruggere la fede dei fedeli dando un certo turbamento all'agitarsi della mente umana: così figli, genitori, gloria, povertà, adulazione, giovinezza, bellezza, superbia, desiderio di ricchezze, vanità, negligenza, invidia, insincerità, ingiuria, amore, tristezza, e ancora la servitù, il patrimonio, l'occasione e altri impedimenti del genere che sogliono essere presenti in tutti.

Come al comandante di una nave che segue il suo corso, è spesso di ostacolo il vento improvviso, che la fa rallentare e causa la tempesta e la bufera; un triste evento può deludere la grande speranza del contadino: così prima di terminare questa vita, ognuno deve guardare il risultato che sta per ottenere; vedere se è vigilante e sobrio, se non gli può venire incontro alcun impedimento, oppure se è turbato e preso dai piaceri mondani.

Nessuno loda la bellezza del corpo, se non quando avrà deposto tutte le vesti; uno non è capitano se non ha guidato gloriosamente tutta la guerra; uno non è medico se non ha guarito tutte le varie infermità. Così di nessuno si può lodare la vita se non quella di colui che con animo pieno di fede avrà presentato il suo corpo per essere degno tempio di Dio, un corpo che non si dissolve con il passaggio della bellezza fugace; di colui che non si sarà lasciato stordire e stornare dalle cose umane, né si sarà inclinato verso le cose temporali, né avrà preferito le caduche a quelle eterne, scambiando le eterne con quelle che passano; di colui che né avrà lodato quelle che non meritano onore, né infine avrà amato le opere piene di contumelia; di colui che non avrà accettato le promesse di Satana e non avrà chiuso in petto un serpente; di colui che non avrà deriso le cose serie, né si sarà vergognato di Cristo.

C'è inoltre chi a parole dice una cosa, ma la nega poi con le opere. Ognuno infatti deve mantenere il proprio corpo lungi da inganni per non renderlo vaso di immondizia, che brucia di immonda libidine, non sia vinto da immondizia e da avarizia: non sia soggiogato dal desiderio di denaro, non sia schiavo della ferocia carnale, non venga tradito dall'ira e indignazione, non venga assorbito dalla tristezza, non sia snervato da divertimenti; abbracci invece ciò che aumenta e favorisce la fede in Gesù Cristo nostro Signore, e riceva la vita eterna, meraviglioso premio in cambio di ciò che ha disprezzato in questo mondo".

[7] Sebbene il santo apostolo avesse detto tutto questo in modo grave, quale esortazione per provocare gli animi dei fratelli e desiderare le cose eterne e disprezzare le temporali, il giovane che amava Drusiana seguitava ad alimentare in petto una segreta ferita e ogni giorno di più era consumato dal suo fuoco, che non poté estinguersi neppure con la morte della donna. E non c'è da meravigliarsi se non attingeva alcuna medicina dalle parole di Giovanni, poiché non curandosi di ascoltare, non cercava il rimedio alla ferita, ma ogni giorno desiderava di fomentare l'immane delitto.

Accadde dunque che dopo la morte e la sepoltura di Drusiana, Callimaco la amasse ancora perdutamente, nonostante fosse morta. Con denaro si fece amico il procuratore di Andronico, perché gli aprisse la tomba, dove era stata messa Drusiana e potesse così fare una copia dell'amata; avendo facilmente ottenuto ciò, tentò di perpetrare una nefandezza sul corpo defunto; e portato verso di esso non da un certo moto improvviso, ma da una furiosa e meditata pazzia esclamò: "Da viva non hai voluto unirti con me, ti farò questa ingiuria da morta!".

Così con l'aiuto del procuratore infame, il giovane entrò furibondo nel sepolcro e cominciò a spogliare il corpo involto nei panni. Il procuratore dell'immane nefandezza soggiunse: "Che cosa ti è servito, infelice Drusiana, negare da viva, ciò che da morta dovrai subire?". E così il delitto si sviluppava a parole e a fatti. Dopo aver tolto quasi tutti i panni funebri, rimaneva ormai solo il velo che copriva la parte genitale: il giovane era acceso da furiosa libidine per l'unione illecita. Ed ecco, non si sa da dove, arrivò un grande serpente; il giovane ferito da un suo morso e percorso soprattutto da orribile spavento a motivo del furioso serpente, cadde a terra e, con il gelo del veleno, sparì subito ogni sua energia; il serpente salì sopra di lui, ormai stremato, e si riposò.

[8] Il giorno seguente, il terzo dalla morte di Drusiana, essendo san Giovanni e Andronico, il marito di lei, convenuti al sepolcro di buon mattino, per la celebrazione dei sacri riti, non trovarono le chiavi. Ma Giovanni disse: "Giustamente le chiavi del sepolcro si sono perse, perché Drusiana, nel sepolcro, non si trova tra i morti. Perciò entriamo, che le porte si apriranno da sè. Non posso infatti dubitare della misericordia del Signore, il quale ci concederà anche questo favore, dopo avercene dati tanti altri".

Mentre si avvicinavano al sepolcro, al comando di Giovanni le porte si aprirono e vicino al sepolcro di Drusiana abbiamo visto un bel giovane sorridente. A quella vista Giovanni gridò: "Anche qui ci previeni, Signore Gesù Cristo? Per quale motivo sei venuto qui, Signore?". E udimmo la sua voce affermare: "Per Drusiana, che ora devi risuscitare e per colui che giace accanto al suo sepolcro senza vita: essi per me onorificheranno Dio". Detto questo, rivolto a Giovanni al cospetto dello stesso Giovanni e degli altri, quel buon giovane se ne tornò in cielo.

Giratosi dunque Giovanni, notò due corpi per terra accanto al sepolcro: uno era di Callimaco, principe degli Efesini, sopra il cui petto un grande serpente si riposava; l'altro era di Fortunato, procuratore di Andronico. Scorgendo dunque il corpo di entrambi pensava tra sè e si diceva: "Che cosa significa questa visione? Perché il Signore non mi spiega ciò che qui avvenne, lui che mai suole sdegnare dal compiere questo?".

[9] Ma appena Andronico vide quei due morti e il corpo di Drusiana giacere nel sepolcro quasi nudo, con un solo velo, disse a Giovanni: "Capisco, Giovanni, ciò che accadde. Infatti questo giovane Callimaco aveva amato Drusiana, mentre era in vita ed avendo essa rifiutato di soddisfare il suo desiderio, non di meno cessava di tormentare quella donna. E così, addolorato per la lunga repulsa, si comprò l'amicizia del suo procuratore, per servirsi della sua opera a scopo nefando. Alcuni l'hanno sovente sentito dire, mentre era ancora viva Drusiana, che se non poteva unirsi a lei da viva, le avrebbe fatto tale ingiuria da morta. Forse, Giovanni, è per questo che quel buon giovane nascose i suoi resti mortali, affinché il corpo non palesi l'ingiuria.

Penso perciò che essi siano stati puniti con la morte, perché hanno tentato un'opera di immane nefandezza. Inoltre penso che la voce ti abbia detto di risuscitare Drusiana, per il motivo che essa ha chiuso prematuramente il corso della vita con dolore e tristezza, dolendosi di aver reso colpevole il giovane a motivo della propria bellezza. Per quale motivo dunque, dal momento che vediamo tre corpi, la voce ti ha detto di risuscitarne solo due e nulla ha detto del terzo, se non che il Signore vuole che Drusiana sia trasformata, dato che era spirata con dolore, affinché termini i suoi giorni nella tranquillità? Questo giovane poi non ha altro motivo di perdono, se non qnello di essere stato egli stesso ingannato come uno di coloro che sbagliano; il terzo penso che sia giudicato indegno del beneficio del Signore nostro Gesù Cristo.

Mettiti perciò all'opera, ti prego, Giovanni, e prima di tutti risuscita Callimaco, affinché ci spieghi l'accaduto".

[10] Avvicinatosi dunque Giovanni al corpo del giovane defunto, disse al serpente: "Allontanati da colui che sta per divenire servo del Signore nostro Gesù Cristo". Subito il serpente se ne andò. Dopo, gettandosi a terra, si rivolse al Signore con queste parole: "O Dio, la cui gloria viene da noi lodata, che domi ogni atto inferiore, Dio, la cui volontà per la tua potenza si compie perfettamente, esaudiscici per la tua gloria ed arrivi in questo giovane la tua grazia. E se questo giovane ha fatto qualcosa, una volta risuscitato, ce la riveli". E subito il giovane si alzò e si riposò per un'ora intera.

Appena gli ritornarono in pieno le forze, fu da Giovanni interrogato, perché svelasse la sua avventura. E così spiegò ogni cosa, come prima Andronico aveva previsto. L'amore di Drusiana fu il motivo per cui non desistette neppure dal desiderare una morta. Essendo stato interrogato da Giovanni se la sua temerarietà intorno ai venerabili resti pieni di grazia avesse potuto avere effetto, rispose: "Come potevo sia pure osare far qualcosa, quando quella bestia si gettò subito su di me, e percosse con una ferita anche Fortunato, che aveva dato l'incentivo per questa ingiuria, che ormai sembrava avesse già avuto esito?

La causa della mia morte fu una certa demenza d'animo e il fatto che fui completamente preso da un infelice malessere; ho spogliato il cadavere e abbassandomi mi preparavo già a compiere l'empio atto con il quale volevo unirmi alle spoglie mortali della defunta. Ed ecco che un bel giovane coprì con la sua veste il corpo di Drusiana, dalla cui faccia si ripercuotevano in tutto il sepolcro scintille di fuoco. Una di esse venne in me e sentii una voce: "Callimaco, muori per vivere!".

Chi fosse questo uomo non so; poiché ti vedo qui, servo di Dio, sono certo che quello era un angelo di Dio e credo che Dio è veramente annunciato da te. Perciò ti prego e supplico di non lasciarmi in questo stato. So, infatti, e ricordo ciò che ho fatto e quali cose indegne ho tentato di compiere: me ne dolgo. Oh, se potessi fare aprire le mie viscere e manifestare il senso profondo del mio dolore. Mi addolora anche il fatto che non ho mai cessato da tante nefandezze. Aspetto da te medicina a tale vergogna; poiché sei il messaggero di Dio onnipotente, del quale il Signore nostro Gesù Cristo è veramente Figlio, desidero sentire da te la sua parola. Non dubito, se vi metterai mano si avvererà la sua voce che diceva essere necessario che io morissi per vivere. Sono morto infatti alla sregolatezza, e sono risorto mite e mansueto. Sono morto al paganesimo, ed eccomi cristiano. Conosco ormai la verità, ma chiedo che mi sia svelata perfettamente grazie ai tuoi insegnamenti".

L'apostolo gioì per queste affermazioni e disse: "Che cosa io debbo fare, Signore Gesù Cristo, non lo so. Sono fuori di me dalla meraviglia per la grandezza della tua misericordia, e riconosco che la tua pazienza è fuori del comune". Detto questo, benedicendo il Signore, prese Callimaco e lo baciò, esclamando: "Sia benedetto il Signore Dio e suo Figlio Gesù Cristo, che ha avuto pietà di te, e con lo spettro della morte ti ha liberato dal furore e dalla demenza, che ha mozzato le tue passioni, che ti ha tolto l'occasione della colpa, che troncò gli incentivi della tua pazza libidine, che ti ha restituito nuovamente alla vita mentre eri già morto per il peccato, affinché ti riposi nella fede e nella grazia del Signor nostro Gesù Cristo Vedi quanti benefici sono sopraggiunti per il nostro ministero e per la tua salvezza!".

[11] Quando Andronico scorse Callimaco risuscitato, sconvolto internamente dall'affetto di sposo, cominciò a pregare l'apostolo che richiamasse in vita anche Drusiana; diceva essere necessario che risorgesse affinché abbandonasse la tristezza nella quale sembrava essere morta e il dolore dal quale poteva essere liberata, dato che era addolorata che il giovane fosse caduto a motivo della sua bellezza. Lo pregò dunque di risuscitare anche lei; quando il Signore avrebbe voluto la chiamasse nuovamente. Giovanni commosso sia per la preghiera del marito sia per la modestia di Drusiana, accostatosi al sepolcro e prendendo la di lei mano, dopo aver pregato il Signore, disse: "Drusiana, nel nome di Gesù Cristo nostro, sorgi per la sua gloria". Essa si alzò e uscì dal sepolcro. E vedendosi nuda, soltanto con quel tenne velo, ne domandò il motivo; e venutolo a sapere dall'apostolo, rese onore al Signore e si vestì.

[12] Poi, vedendo per terra il corpo di Fortunato, disse a Giovanni: "Padre, fai risuscitare anche costui, sebbene si sia mostrato traditore della mia sepoltura". Appena Callimaco sentì queste parole cominciò a scongiurare di non risuscitare un uomo così cattivo, a causa del quale egli era precipitato nel furore; la grazia di quella voce che aveva udito non era per lui: l'oracolo di quella venerabile voce era, infatti, soltanto per lui e Drusiana; perciò giudicò degno di morte colui che non si mostrò degno della risurrezione. Giovanni gli rispose: "Non abbiamo imparato, figlio, a rendere male per male. Anche noi, infatti, siamo peccatori, abbiamo commesso gravi peccati; è grazie al Signore nostro Gesù Cristo che abbiamo ottenuto misericordia; lui che non volle restituire male per male, ci ha insegnato che i delitti si devono seppellire con la penitenza e con la conversione. Se poi non mi permetti di far risorgere Fortunato, questo sarà opera di Drusiana".

Essa, ripiena di Spirito santo, accostatasi al corpo di Fortunato, disse: "Signore onnipotente, che mi hai concesso di ammirare queste tue opere meravigliose, che mi hai voluto partecipe di questo nome, che mi hai concesso che non solo ti conoscessi, ma che avessi con il marito relazioni di fratellanza, che hai permesso la mia morte perché, separata per un po' dal corpo, fossi ancora più tua, che hai comandato che questo giovane morisse affinché in lui la colpa scomparisse e la vita fosse riparata; ora, Signore, non disprezzare le suppliche della tua serva, comanda che Fortunato risorga, anche se tentò di tradirmi". E presa la sua mano esclamò: "Nel nome di Gesù Cristo Signore e Dio nostro, alzati, Fortunato". Questi alzatosi, vedendo Drusiana rediviva e Callimaco credente in Dio, ingrato per la sua salvezza disse che era meglio per lui restare morto che riavere la vita per non vedere che anche ad essi era giunta la grazia della potenza divina.

[13] Giovanni, guardandolo, soggiunse: "Questo è appunto quanto il Signore disse nel Vangelo: "L'albero cattivo dà frutti cattivi": il succo, infatti, della radice cattiva aumentò e perciò il buon frutto non può crescere con un succo degenerato. La comune natura non ha sbagliato; si tratta di un vizio della radice. La madre terra con la stessa fecondità, quasi come in un grembo e seno di partoriente, nutre e fa crescere tutti gli alberi; ogni campo ha la stessa temperatura e la stessa aria. Così il Signore onnipotente irrora tutto di pioggia e con il medesimo sole riscalda le viscere della terra e gli alberi delle foreste; ma diverso è!] frutto e vario è il raccolto dei singoli alberi: uno è sterile, l'altro è fecondo. In quello sterile è la radice, che per i vizi, fa sì che l'albero non possa sentire l'influsso della fecondità della terra e dei benefici celesti.

Dio ha creato tutti gli uomini a sua immagine, ossia li ha indirizzati alla sua divina grazia, affinché anche noi imitiamo la misericordia, la virtù, la pietà, la giustizia e tutti gli altri attributi che riscontriamo in Dio; comandò che il suo sole sorgesse, e per tutti venne il Signore nostro Gesù Cristo, per tutti fu messo in croce, per tutti risuscitò. Ma pochi abbracciano completamente tale dovere e accettano il dono di Dio Padre, che sacrificò per noi il suo Figlio, come pure il dono del Signore nostro Gesù Cristo, il quale offrì se stesso per la nostra redenzione. Alcuni se ne infastidiscono e ricusano la salvezza loro offerta, poiché non vogliono credere all'autore della salvezza.

Molti altri, mentre resistono alla grazia divina che opera in noi, si privano di questo celeste frutto, come questo miserabile, che vinto dall'invidia, neppure ringrazia del dono della vita riacquistata Ha dunque i suoi carboni, ha anche il frutto di un albero cattivo: il fuoco lo bruci e sia consumato dalle sue fiamme. Questa radice sia separata dalla vita dei fedeli e da ogni opera di coloro che temono Dio, da ogni ufficio dei devoti, dal convegno dei santi, dal ricevere i sacramenti; non abbia relazione con la rediviva Drusiana, la cui morte stimò degna di ingiuria e la cui vita non poté sopportare, per invidia. Dunque l'amicizia che volevamo dimostrare alla morta, diamola a colei che ora vive".

Così dopo aver celebrato un rito di ringraziamento per il nostro Signor Gesù Cristo, l'apostolo se ne tornò alla casa di Andronico, dove per ispirazione dello Spirito santo annunziò ai fratelli che Fortunato era stato nuovamente ferito dal serpente. Comandò che subito uno fosse inviato per confermare la verità. Mandarono uno dei giovani, il quale ritornato lo vide già freddo, mentre per il suo corpo scorreva il veleno. Ma quando fu annunciato a Giovanni che entro tre ore egli sarebbe morto, l'apostolo disse: "Tienti, diavolo, il tuo figlio". E passò lietamente quel giorno con i fratelli.

[14] Un giorno il filosofo Cratone si era proposto di dare esempio nel disprezzo delle ricchezze. Lo spettacolo si svolgeva così. Aveva persuaso due giovani fratelli, i più ricchi della città, affinché, sottratta una parte del patrimonio si comprassero ciascuno una gemma, che poi dovevano spezzare pubblicamente al cospetto del popolo.

Mentre facevano questo, accadde che per caso passasse di lì l'apostolo, il quale chiamato il filosofo Cratone, disse: "E' stolto questo disprezzo del mondo, che riceve lodi dalla bocca degli uomini, e fu già condannato dal giudizio divino. Come è inutile la medicina che non toglie la malattia, così vana è la dottrina che non guarisce i vizi delle anime e dei costumi. Per cui il mio Maestro, a un giovane desideroso di aver la vita eterna disse che se voleva essere perfetto vendesse tutto il suo patrimonio e lo desse ai poveri, dopo di che avrebbe acquistato un tesoro nei cieli e avrebbe trovato la vita senza fine". E Cratone a lui: "Il frutto dell'umana cupidigia fu spezzato davanti agli uomini qui presenti. Ma se Dio è veramente tuo maestro e vuole che il prezzo di queste gemme sia devoluto in beneficio dei poveri, fa' in modo che queste preziosità ridiventino integre, affinché ciò che io ho fatto per acquistare la fama degli uomini, tu lo compia a gloria di colui che dici essere tuo maestro".

Allora il beato Giovanni, raccolti il frammenti delle gemme e tenendoli in mano, elevò gli occhi al cielo e disse: "Signore Gesù Cristo, al quale nulla è impossibile, che hai restaurato con l'albero della tua croce noi tuoi fedeli, e il mondo sconvolto dall'albero della concupiscenza, che hai ridato al cieco nato gli occhi che la natura gli aveva negato, che hai richiamato tra i vivi Lazzaro morto e sepolto da quattro giorni, che hai sollevato con la parola della tua potenza tutte le malattie e le sofferenze, guarda ora queste pietre preziose, che costoro hanno spezzato per procurarsi il plauso della gente, ignorando i frutti della elemosina. Tu, Signore, per mano dei tuoi angeli ricuperale, affinché usando del loro prezzo per scopi di carità, questi credano in te, Padre Ingenito, per mezzo del tuo Unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, con lo Spirito santo illuminatore e santificatore di tutta la Chiesa nei secoli dei secoli".

Appena i fedeli che erano con l'apostolo risposero: "Così sia!", subito i frammenti delle gemme si congiunsero e non rimase in esse alcun segno della loro frantumazione. A questa vista il filosofo Cratone e i suoi discepoli si gettarono ai piedi dell'apostolo e credettero, furono battezzati e il filosofo cominciò a predicare pubblicamente la fede nel Signore nostro Gesù Cristo.

[15] Perciò i due fratelli vendettero le gemme, che avevano acquistato con il patrimonio, e diedero il ricavato ai poveri; nei giorni seguenti una immensa turba di credenti cominciò ad aderire all'apostolo.

Mentre avveniva questo, accadde che a quell'esempio due ragguardevoli uomini di Efeso, vendettero ogni loro sostanza, distribuirono il ricavato ai poveri e seguirono l'apostolo che andava per la città a predicare la parola di Dio.

Entrati nella città di Pergamo, videro i servi vestiti di seta procedere in pubblico e pieni di mondanità; e percossi dal dardo del maligno, divennero tristi, poiché si vedevano poveri con un'unica tunica, mentre i loro servi erano potenti e brillanti. Comprendendo l'apostolo di Cristo questi inganni diabolici, disse: "Osservo che voi avete cambiato sentimenti ed espressione per il fatto che, avendo seguito la dottrina del mio Signore Gesù Cristo, tutto ciò che avevate l'avete regalato ai poveri. Per cui se volete ricuperare tutto ciò che una volta possedevate in oro, argento e pietre preziose, portatemi dei bastoncini diritti in due fasci". Fatto questo, dopo aver invocato il nome del Signore Gesù Cristo, essi furono mutati in oro. Disse loro inoltre l'apostolo: "Portatemi dalla spiaggia dei sassolini". Avendo fatto anche questo, dopo aver invocato la maestà del Signore, tutte le pietruzze si mutarono in gemme. E rivoltosi a questi uomini il beato Giovanni disse: "Andate dagli orefici e venditori di gemme per sette giorni e quando avrete constatato essere vero oro e vere gemme, venite a dirmelo". Se ne andarono entrambi e dopo sette giorni ritornarono a riferire all'apostolo: "Signore, siamo entrati in tutte le botteghe degli orefici e tutti ci hanno detto di non aver mai visto un oro così puro; anche i venditori di gemme ripeterono la stessa cosa di non aver mai trovato pietre così perfette e preziose".

[16] Allora il santo Giovanni disse loro: "Andate e ricompratevi le terre vendute; avete perso i campi dei cieli. Acquistatevi vesti di seta, affinché risplendiate temporaneamente come la rosa la quale dopo avere fatto sfoggio di sè per l'odore e il colore, subito sfiorisce. Avete sospirato per il vostro aspetto e vi siete rammaricati di esservi fatti poveri; siate dunque signori per marcire domani; siate ricchi nel tempo, per mendicare nell'eternità. Forse che la potenza del Signore non può far affluire ricchezze incomparabilmente splendenti? Volle che negli animi ci fosse una lotta affinché credano nelle ricchezze eterne, dopo che per suo amore non hanno voluto possedere i beni temporali. Il nostro Maestro ci parlò di un ricco che banchettava tutti i giorni e vestiva oro e porpora. Alle sue porte giaceva il povero Lazzaro desideroso di avere almeno le briciole che cadevano dalla sua mensa, ma nessuno gliene dava.

Un giorno tutti e due morirono: quel mendicante fu portato a riposarsi in seno ad Abramo, il ricco fu gettato invece nel fuoco. Di qui alzando gli occhi vide Lazzaro e lo pregava di intingere il dito nell'acqua per rinfrescargli la bocca tormentata tra le fiamme. Ma Abramo di risposta: "Ricordati, figlio, che hai già ricevuto i beni nella tua vita, mentre Lazzaro ebbe solo sfortuna. Giustamente ora è consolato, mentre tu soffri. In più è stato fissato un grande abisso tra noi e voi, tanto che non si può passare da qui a lì, né da là a qua". Quello rispose: "Ho cinque fratelli, si alzi qualcuno, ti prego, e vada ad ammonirli che non vengano in questo tormento". A lui Abramo disse: "Hanno già gli scritti di Mosè e dei Profeti, ascoltino quelli". Egli rispose: "Signore, se qualcuno non risorge, non crederanno". E Abramo a lui: "Se non credono in Mosè e ai Profeti, non presteranno fede nemmeno ad uno che viene dall' oltretomba".

Queste sue parole il Signore e Maestro nostro le confermava con i miracoli. Infatti quando gli dicevano: "Da dove viene costui, perché crediamo in lui?". Egli rispose: "Portatemi qua i morti che avete". Avendogli portato un giovane morto, egli lo risuscitò come se dormisse; e così dava credito a tutte le sue parole. Ma perché io parlo del Signore mio, dato che sono presenti alcuni che nel suo nome, alla vostra presenza e ammirazione, ho risuscitato dai morti? Nel suo nome avete visto i paralitici sanati, i lebbrosi mondati, i ciechi riacquistare la vista e infine molti liberati dai demoni. Queste opere di potenza non le possono avere coloro che vogliono possedere ricchezze terrene. Infine voi stessi, quando avete visitato gli infermi, costoro furono salvati con la sola invocazione del nome di Gesù Cristo. Avete scacciato demoni e ridato la vista a ciechi.

Ecco vi è stata tolta questa grazia e siete divenuti miserabili, voi che eravate forti e grandi. E mentre prima i demoni avevano di voi un grande timore, tanto che ad un vostro comando lasciavano gli ossessi, ora siete voi a temerli. Colui che ama il denaro, è servo di mammona: e mammona è il nome del demonio, che presiede ai guadagni della carne, e soggioga coloro che amano il mondo. Gli stessi amatori del mondo non posseggono la ricchezza, ma sono essi posseduti dalla ricchezza.

E' assurdo infatti che, avendo un solo ventre, gli si riservi tanto cibo, che sfamerebbe mille ventri; e che per un solo corpo ci siano tante vesti che potrebbero coprire i corpi di mille uomini. E così ciò che non si usa si conserva invano e per chi sia conservato non si sa affatto, mentre lo Spirito santo afferma per bocca del profeta: Si turba senza motivo quell'uomo che tesorizza non sapendo per chi mette da parte i beni. Nudi ci hanno partorito le donne, bisognosi di cibo e bevanda; nudi ci riceverà la terra che ci ha nutrito. Possediamo insieme le ricchezze del cielo, lo splendore del sole è uguale sia per il ricco che per il povero, come la luce della luna e delle stelle, la temperatura dell'aria e le gocce della pioggia; così la porta della chiesa, la fonte di santificazione, la remissione dei peccati, la partecipazione all'altare, il corpo e il sangue di Cristo e l'unzione del crisma; la grazia del Padre largitore, la visita del Signore e il perdono dei peccati: di tutto questo vi è un'eguale elargizione da parte del Creatore senza accezione di persone.

Né il ricco diversamente dal povero usa di questi doni. Miserabile e infelice quell'uomo che vuole avere qualcosa di più di ciò che gli è sufficiente. Di qui hanno origine i calori febbrili, i rigori del freddo, i vari dolori in tutte le membra del corpo. Questo non può essere saziato da cibo né da bevande affinché l'avidità impari che il denaro non gli giova, che una volta messo da parte causa nei suoi custodi una trepidazione diurna e notturna, ed essi non possono essere tranquilli e sicuri neppure per lo spazio di una sola ora; infatti, i ladri sono pronti a insidiare. Mentre il denaro è custodito, si coltivano i possedimenti e si sta attenti agli aratri, mentre si pagano i tributi, mentre si costruiscono i granai, mentre si è dediti ai guadagni, mentre ci si sforza di mitigare gli impeti dei potenti, mentre si vogliono spogliare i meno abbienti, mentre a quanti possono fanno sentire le loro ire e appena riescono a sopportare quelle che ricevono, mentre assaporano le carezze della carne, mentre si divertono seduti al tavolo e non inorridiscono quando vanno agli spettacoli, mentre non temono di contaminare e contaminarsi, in un baleno scompaiono da questo mondo, spogli di tutto, portandosi solo i peccati, per i quali dovranno sopportare pene eterne".

[17] Mentre l'apostolo Giovanni diceva tali cose, ecco un giovane defunto che appena trenta giorni prima si era sposato, fu portato lì da sua madre vedova. La moltitudine che partecipava ai riti funebri, arrivando con la madre vedova, si prostrò ai piedi dell'apostolo: tutti emettevano lo stesso mugolio fatto di pianti e gemiti, e lo pregavano perché in nome del suo Dio risuscitasse anche questo giovane, al pari di Drusiana. Ci fu in quel momento tanto pianto da parte di tutti, che anche lo stesso apostolo a stento poté trattenersi dalle lacrime. Messosi a pregare pianse a lungo.

Alzatosi, aprì le braccia verso il cielo e pregò a lungo interiormente. Avendo fatto questo per la terza volta, comandò che venisse sciolto il cadavere e disse: "Giovanni Statteo, trasportato dall'amore della tua carne, tu hai perso presto l'anima, non hai conosciuto il tuo creatore e il salvatore degli uomini, non hai conosciuto un vero amico è perciò sei incorso nelle insidie del peggior nemico, affinché risorgendo dai morti, una volta spezzato il vincolo della morte, tu possa annunciare a questi due uomini, Attico ed Eugenio, quanta gloria abbiano perduto e a quale pena vanno incontro".

Statteo si alzò, si prostrò davanti all'apostolo e cominciò ad ammonire severamente i suoi discepoli col dire: "Ho visto piangere i vostri angeli, mentre quelli di Satana gioivano per la vostra perdizione. In poco tempo avete perso il regno già preparato per voi, dimore preparate con lucentissime gemme, piene di gioie, di banchetti, di delizie, piene di vita duratura e di luce eterna; mentre vi siete acquistati luoghi tenebrosi, pieni di draghi, di fiamme stridenti, di tormenti e pene incomparabili, di dolori, di angustie, pieni di timore e tremore spaventoso. Avete perduto luoghi pieni di fiori incorruttibili, fulgidi e con armonie di organo, e vi siete presi luoghi di urla nei quali giorno e notte non cessa il muggito, l'urlo e il lutto. Non vi resta che di pregare l'apostolo del Signore, affinché, come mi richiamò in vita, così richiami voi dalla perdizione alla salvezza, riporti le vostre anime nel libro della vita dal quale sono state tolte".

[18] Finito di dire queste cose, colui che da poco era stato risuscitato e tutto il popolo con Attico ed Eugenio si prostrarono ai piedi dell'apostolo pregando che intercedesse per essi presso il Signore. Ad essi il santo apostolo rispose che per trenta giorni presentassero a Dio una degna penitenza e che nel frattempo pregassero assai, affinché i bastoncini d'oro ritornassero come erano prima e così le pietruzze rimanessero al basso livello nel quale erano state create.

Trascorso lo spazio di trenta giorni i bastoncini e le pietre cambiarono natura; Attico ed Eugenio vennero a dire all'apostolo: "Hai sempre insegnato la misericordia, hai sempre predicato il perdono e comandato che ognuno fosse indulgente verso gli altri uomini. E se Dio vuole che uno perdoni all'altro tanto più è indulgente e perdona all'uomo lui che è Dio, lui contro il quale abbiamo peccato: ciò che abbiamo commesso nel mondo con occhi di concupiscenza, ora lo ripariamo con occhi di penitenza. Ti preghiamo dunque, signore, ti scongiuriamo, o apostolo di Dio, affinché coi fatti ci dimostri l'indulgenza che sempre hai promesso a parole".

Allora il santo Giovanni ad essi che piangevano e si pentivano, mentre tutti lo supplicavano per essi, rispose: "Il Signore Dio nostro disse queste parole, trattando dei peccatori: "Non voglio la morte del peccatore, ma piuttosto che si converta e viva". Mentre ci istruiva sui penitenti, il Signore Gesù Cristo disse: "In verità vi dico che grande gioia si fa nel cielo per un peccatore che si pente e si converte dai suoi peccati, c'è più gioia per lui, che per novantanove giusti che non hanno peccato". Perciò sappiate che il Signore accetta la penitenza di questi". Rivoltosi poi ad Attico ed Eugenio disse: "Andate e riportate i rami nella foresta, donde li avete presi, poiché sono già ritornati alla loro natura; i sassi portateli alla spiaggia, poiché son ridivenuti pietre come erano prima". Fatto questo, riacquistarono la grazia perduta, tanto che incominciarono a scacciare demoni, come prima, a curare gli infermi, a ridare la vista ai ciechi e il Signore ogni giorno compiva molti miracoli per mezzo loro.

[19] Mentre avveniva questo presso Efeso e tutte le province dell'Asia ogni giorno più onoravano Giovanni diffondendone la fama, accadde che alcuni cultori di idoli causassero una sommossa: trascinarono Giovanni al tempio di Diana e lo obbligarono ad offrirle empi sacrifici. In quella circostanza il beato Giovanni disse: "Portiamoli tutti alla Chiesa del Signore nostro Gesù Cristo; quando avrete invocato il suo nome, farò cadere questo tempio e annientare questo vostro idolo. Dopo di che vi sembrerà cosa giusta abbandonare la superstizione di ciò che fu vinto e distrutto dal mio Dio, convertirvi a lui".

A questa voce il popolo tacque; pochi erano contrari a tale sfida, la maggior parte diede il consenso. Allora il beato apostolo esortava serenamente il popolo di allontanarsi dal tempio. Appena tutti uscirono fuori, egli distintamente gridò: "Affinché tutta questa gente sappia che l'idolo della vostra Diana è un demonio e non Dio, sia infranto con tutti gli idoli manufatti che sono adorati in questo tempio; tuttavia nessuna persona abbia a ferirsi". A tali parole dell'apostolo tutti gli idoli e il tempio si frantumarono tanto da divenire polvere, che il vento trasporta dalla superficie terrestre. In quel giorno si convertirono così dodicimila pagani, senza contare i bambini e le donne, e tutti furono battezzati e fortificati dal beato Giovanni.

[20] Avuto sentore di questo, Aristodemo, gran sacerdote di tutti quegli idoli, ripieno di un pessimo spirito, suscitò una sommossa tra la popolazione, affinché si preparassero, alla guerra gli uni contro gli altri. E Giovanni a lui: "Dimmi, Aristodemo - gli intimò - che cosa dovrò fare per togliere l'indignazione dal tuo animo?". Aristodemo gli rispose: "Se vuoi che presti fede al tuo Dio, ti darò da bere un veleno. Se lo berrai e non morrai, vuol dire che il tuo Dio è quello vero". Rispose l'apostolo: "Il veleno che mi darai da bere non potrà nuocermi, una volta che avrò invocato il nome del mio Signore". Di nuovo a lui Aristodemo: "Voglio che prima tu veda altri berlo e subito morire, affinché così il tuo cuore possa aborrire questa bevanda". E il beato apostolo a lui: "Già prima ti assicurai di essere pronto a bere affinché tu creda nel Signore Gesù Cristo, allorché mi vedrai sano e salvo anche dopo aver bevuto il veleno".

Aristodemo, dunque, si presentò al proconsole e chiese a lui due uomini che dovevano essere giustiziati. Dopo averli messi in mezzo alla piazza, davanti a tutto il popolo, sotto gli occhi dell'apostolo comandò che bevessero il veleno. Appena l'ebbero trangugiato, esalarono lo spirito. Alloro rivolto a Giovanni, Aristodemo disse: "Ascoltami e lascia questa tua dottrina per la quale allontani il popolo dall'onorare gli dèi; oppure prendi e bevi per dimostrare che il tuo Dio è onnipotente, qualora tu rimanga incolume dopo aver bevuto il veleno".

Mentre i due che avevano preso il veleno giacevano cadaveri, il beato Giovanni con disinvoltura e coraggio prese il calice e fattosi il segno della croce, così parlò: "Dio mio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, la cui parola ha creato i cieli, al quale tutto è sottomesso, al quale servono tutte le creature, al quale ogni potestà è soggetta, ti teme e trema; noi ti invochiamo affinché ci aiuti. All'invocazione del tuo nome il serpente si acquieta, il dragone fugge, la vipera diventa silenziosa, come l'inquieta rnbeta, o raganella, si intorpidisce, lo scorpione si calma, il principe è vinto e una schiera compatta non può fate nulla di nocivo; tutti gli animali velenosi, i rettili più feroci e nocivi vengono trafitti. Estingui tu questo succo velenoso, estingui le sue operazioni mortifere, elimina le forze che contiene; a tutti questi che hai creato dà al tuo cospetto occhi per vedere, orecchie per udire e cuore per capire la tua grandezza".

Detto questo munì la sua bocca e tutto se stesso del segno di croce e bevve tutto ciò che il calice conteneva. Dopo che ebbe bevuto disse: "Chiedo che coloro per i quali ho bevuto si convertano a te, Signore, e meritino di ricevere con la tua grazia illuminatrice la salvezza che sta presso di te". Il popolo, dopo aver osservato per tre ore Giovanni con il volto sorridente, senza alcun segno di timore, cominciò a gridare a gran voce: "L'unico vero Dio è quello che adora Giovanni".

[21] Tuttavia Aristodemo non credeva ancora, anche se il popolo lo rimproverava, e rivoltosi a Giovanni disse: "Mi manca ancora una prova; se in nome del tuo Dio risusciterai quelli che sono morti con questo veleno, la mia mente sarà libera da ogni dubbio". Dopo tali parole, la folla insorse contro Aristodemo gridando: "Bruceremo te e la tua casa se continui a infastidire l'apostolo con le tue chiacchiere".

Vedendo dunque Giovanni che stava per nascere un'acerrima sedizione, comandò il silenzio e disse mentre tutti erano attenti: "La prima virtù divina che dobbiamo imitare è la pazienza, con la quale riusciamo a sopportare l'insipienza degl'increduli. Perciò se Aristodemo è schiavo dell'infedeltà, sciogliamone i nodi. Sia obbligato, anche se tardi, a riconoscere il suo creatore: non cesserò infatti da quest'opera fino a che sia data la medicina alla sua ferita. Come i medici che hanno tra le mani un malato bisognoso di cure, così siamo noi; se ancora Aristodemo non è stato guarito per le cose or ora fatte, si curerà con quelle che ora compirò".

E fatto venire vicino a sè Aristodemo, gli diede la sua tunica; ed egli restò con il solo pallio. Aristodemo gli domandò: "Perché mai mi hai dato la tua tunica?".

E Giovanni: "Affinché almeno così abbandoni confuso la tua infedeltà". Aristodemo replicò: "E come la tua tunica mi farà abbandonare la mia infedeltà?". E l'apostolo: "Vai a metterla sopra i corpi dei defunti, dicendo così: "L'apostolo di nostro Signore Gesù Cristo mi inviò affinché nel suo nome risorgiate, e tutti sappiano che la vita e la morte obbediscono al mio Signor Gesù Cristo"".

Aristodemo obbedì, li vide risorgere, si prostrò davanti a Giovanni, e andò in fretta dal proconsole al quale disse a voce alta: "Ascoltami, ascoltami, proconsole. Ti ricorderai, penso, come spesso mi sia adirato contro Giovanni e abbia macchinato ogni giorno molte cose contro di lui; temo di sperimentare la sua ira. E' un dio infatti sotto forma umana; bevuto il veleno, non solo continuò a essere incolume, ma per mano mia, con il contatto della sua tunica, richiamò in vita coloro che per il veleno erano morti, ed ora non mostrano più alcun segno di morte".

All'udire tali cose il proconsole esclamò: "E ora cosa vuoi che faccia?". Rispose Aristodemo: "Andiamo a gettarci ai suoi piedi, chiediamo perdono e facciamo qualunque cosa ci comanderà". Vennero assieme e si prostrarono chiedendo indulgenza. Al vederli egli offrì a Dio un ringraziamento e comandò loro una settimana di digiuno; al termine del quale li battezzò nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, di suo Padre onnipotente e dello Spirito santo illuminatore. Dopo essere stati battezzati con le loro famiglie, domestici e parenti, spezzarono tutti i simulacri e costruirono una basilica sotto il titolo di san Giovanni. In essa lo stesso Giovanni apostolo morì nel modo seguente.

[22] Essendo all'età di novantasette anni, gli apparve il Signore Gesù Cristo con i suoi discepoli e gli disse: "Vieni a me, è tempo ormai che tu esulti nel mio convivio con i miei fratelli". Quando l'apostolo si alzò, lo stesso Signore aggiunse: "La domenica della mia Risurrezione, cioè fra cinque giorni, verrai a me". Detto questo rientrò in cielo.

Intanto, spuntata la domenica, una gran folla si radunò nella chiesa costruita in suo onore. Qui, avendo celebrato i suoi riti molto prima del canto dei galli, verso l'ora terza, tenne questo discorso al popolo: "Conservitori, coeredi, e compartecipi del regno di Dio, avete constatato le opere che per mano nostra il Signore Gesù si è degnato fare. Noi siamo stati esecutori della sua volontà; è lui il vero autore dei prodigi, che sembravano essere operati da noi e tutto avveniva perché lui comandava Perciò fino a tanto che ce li concesse abbiamo accolto quei miracoli, i doni, il riposo, il ministero, la gloria, la fede, la comunione, gli offici, la grazia: ogni volta che ce ne ha concesso li abbiamo distribuiti. In lui ci siamo mantenuti, abbiamo gioito, siamo vissuti.

Ma ora egli mi chiama ad un'altra opera, che si deve consumare nel Signore. Desidero finalmente morire ed essere con Cristo, affinché ciò che un giorno abbiamo desiderato, si degni finalmente di concederlo. Che cosa dunque vi lascerò per garanzia? Ma avete le sue caparre, avete il deposito della sua mansuetudine e pietà: sia esso conservato tra voi, sia allietato con la vostra vita casta. Tra voi si mangi il cibo dei padri, affinché possiate fare la volontà del Padre che è in cielo; tra voi si formi quella corona che egli compose con questi fiori rivestiti con il suo proprio sangue. Tu, Signore Gesù, benignamente proteggi con la tua misericordia la Chiesa che ti sei edificata Tu solo, Signore, sei misericordioso, pio, salvatore e giusto, radice di immortalità e fonte di incorruttibilità: santifica la società di questa comunione".

E aggiunse: "Dio, che solo sei salvatore, che ti sei degnato conquistare alla libertà questo popolo con la gloriosa passione del tuo Figlio, degnati di custodirlo, sempre fedele, ti prego, Signore, ai tuoi precetti e fecondo nelle tue buone opere. Esaudisci le supplichevoli preghiere del tuo servo, guida questo tuo popolo, a te consacrato, fedele alle tue leggi, tu che lo hai eletto quale plebe adottiva e in più ti sei degnato chiamare figlio; dirigilo nel camminare secondo i tuoi precetti giorno e notte, per il benedetto unigenito Figlio tuo, che volle farci suoi discepoli e che ci costituì pastori delle sue pecore, che con te, Padre, vive, domina e regna con lo Spirito santo in eterno".

[23] Finito di pregare, chiese che gli fosse dato del pane, e rivolto al cielo lo benedisse, lo spezzò e ne diede a tutti, dicendo: "La mia parte sia con voi e la vostra con me". Subito disse a Birro (così si chiamava quell'uomo), che prendesse due fratelli i quali lo seguissero con due cesti e due vanghe. Uscito dunque con grandissima serenità d'animo ordinò che i più si allontanassero. Arrivati ad un certo sepolcro, uno dei fratelli disse ai giovani che Birro aveva portato: "Scavate, figlioli". E quelli scavarono. L'apostolo li invitava a scavare più profondamente e avendo ubbidito al comando, esortava gli altri fratelli affinché seguissero il Signore e corroborava lo spirito di ciascuno con la parola di Dio, per non apparire ozioso, mentre i giovani scavavano.

Quando la fossa fu fatta come egli voleva, mentre nessuno sapeva qualcosa, si tolse la veste, la stese in quella fossa e, stando in piedi con la sola veste di lino, tese le mani e invocò Dio dicendo: "Dio, Padre onnipotente e tu, Signore Gesù, che hai circondato il tuo servo di speciale amore, che sei stato preannunziato dai patriarchi, nominato nella Legge, che ti sei degnato di richiamare e ammonire attraverso i Profeti, che con il Vangelo hai avuto pietà e hai perdonato i peccati; tu che per mezzo dei tuoi apostoli hai fatto sì che venissero radunati i tuoi popoli, hai dissetato gli assetati con la fonte della tua parola, hai mitigato i cattivi e hai riempito il vuoto dell'anima con la grazia dello Spirito santo, ricevi finalmente l'anima del tuo Giovanni che hai chiamato prestissimo, ma tardi hai voluto.

A te la mia preghiera, Signore, che hai concesso che il tuo servo rimanesse mondo dall'unione coniugale; mentre io in gioventù mi stavo per sposare, ti sei fatto vedere e mi dicesti: "Mi sei necessario, Giovanni, cerco la tua opera". Ma quando per l'ardore giovanile mi parve di non osservare il precetto e diffidando di poter conservare l'integrità, volsi la mia mente al matrimonio, tu, qual buon Signore, mi infliggesti una malattia corporale e mi castigasti, Signore, ma non mi facesti morire. E la terza volta in cui ho pensato di sposarmi, mi hai richiamato ma con un impedimento meno grave. In mare, Signore, ti sei degnato dirmi: "Giovanni, se non fossi mio, ti permetterei di prendere moglie".

E' dunque un tuo dono, sei tu che ti sei degnato di domare e mortificare il moto della carne e infondermi la fede, affinché nulla mi sembrasse più prezioso dell'amore verso di te. Tu mi hai chiamato dalla morte alla vita, dal mondo al regno di Dio, dalla debolezza dell'anima alla salvezza. Tu sei per me legge di vita, motivo di speranza, premio della battaglia. Vengo perciò a te, Signore, vengo al tuo convito; vengo, dico, con animo grato, perché ti sei degnato invitarmi ai tuoi banchetti, Signore Gesù Cristo, sapendo che ti desideravo di tutto cuore.

Ho visto la tua faccia e sono risuscitato quasi da morte. Il tuo profumo ha eccitato in me desideri eterni; la tua voce è piena di melliflua soavità e il tuo parlare non è paragonabile al linguaggio degli angeli. Ogni volta che ti ho chiesto di venire a te, tu mi hai detto: "Aspetta di liberare il mio popolo, facendolo credere in me"; hai custodito il mio corpo da ogni sozzura e hai sempre illuminato l'anima mia; non mi hai abbandonato allorché andai in esilio né al mio ritorno; hai posto sulla mia bocca la parola della tua verità, affinché ricordassi le testimonianze della tua potenza. Scrissi quelle opere che vidi di persona e quelle parole che con queste mie orecchie ho udito proferire dalla tua bocca.

Ed ora, Signore, ti affido i figli, che la tua vergine Chiesa, qual vera madre, ti ha generato con l'acqua e lo Spirito santo. Ricevimi affinché sia con i miei fratelli, con i quali sei venuto ad invitarmi. Apri a me che picchio la porta della vita. I prìncipi delle tenebre non mi vengano incontro; non giunga a me il piede della superbia, né una mano a te estranea mi prenda. Prendimi tu secondo la tua promessa e conducimi al convito delle tue gioie, dove con te godono tutti i tuoi amici. Tu, infatti, sei il Cristo, Figlio del Dio vivente, che per ordine del Padre hai salvato il mondo, che ti sei degnato di inviarci anche il tuo santo Spirito, affinché ci ricordasse i tuoi precetti. Con questo medesimo Spirito ti ringraziamo per tutti i secoli infiniti".

E dopo che tutto il popolo ebbe risposto: "Così sia", una copiosa luce apparve sull'apostolo per la durata di circa un'ora, tanto che nessun occhio poteva sopportarne la vista. Dopo essersi segnato per tutto il corpo si fermò e disse: "Tu solo sei con me, Signore Gesù". E si gettò nella fossa dentro la quale aveva steso le sue vesti dicendoci: "Pace a voi fratelli".

Benedicendo tutti e tutti salutando, si pose ancor vivo nel suo sepolcro e comandò che lo coprissero mentre glorificava il Signore. E subito rese lo spirito.

Tra quelli che eravamo presenti, alcuni gioivano, altri piangevano. Gioivano per essere stati testimoni di tanta grazia; si addoloravano perché ci veniva tolta la vista e la presenza di un tal uomo.

Una manna uscita dal sepolcro apparve subito a tutti. Quel luogo ne fa nascere ancor oggi. E per le sue preghiere avvengono frequenti miracoli; qui i malati vengono liberati da ogni infermità e pericolo, e ognuno consegue l'effetto delle sue preghiere.

Questi è il beato Giovanni, di cui il Signore molto prima aveva detto a Pietro: "Se voglio che resti fino a che io verrò, che t'importa? Tu seguimi", intendendo con ciò che il beato Pietro avrebbe onorato il Signore con la morte in croce.

Questi dunque con un improvviso sonno del corpo, riposa in pace, per il nostro Signore Gesù Cristo, che onora i suoi santi con corone di alloro ed è l'eterna lode e l'attesa di tutti i suoi eletti. Al q uale sia gloria ed eternità, virtù e potenza, nei secoli dei secoli.

Così sia.