Giovanni Zebedeo, apostolo ed autore dell'ultimo Vangelo nella quale, anche se mai nominato, indicato e ritenuto il più giovane degli apostoli e quello prediletto da Gesù stesso (seppure oggi qualche studioso mette in dubbio questo).
Giovanni fratello di Giacomo, figlio di Zebedeo e di un pescatore, già discepolo di Giovanni Battista si dice sia stato anche l'ultimo apostolo a morire.
Figlio del povero pescatore Zebedeo, spesso aveva portato il pesce nel Palazzo di Anna e Caifa. Giovanni andò dalla portinaia e da Lei ottenne che fosse lasciato entrare il suo compagno Pietro, che stava piangendo forte davanti al portone.
Le condizioni dei Giudei erano nei termini sopra descritti. Quanto agli apostoli e ai discepoli del Salvatore nostro dispersi per tutta la terra, la tradizione riferisce che Tomaso ebbe in sorte la Partia, Andrea la Scizia e Giovanni, vissuto e morto ad Efeso, l'Asia.
Pietro sembra invece che predicò ai Giudei della diaspora nel Ponto, in Galazia, in Bitinia, in Cappadocia e in Asia; giunto infine a Roma vi fu crocifisso con la testa all'ingiù, poiché egli stesso chiese di subire tale martirio.
E che cosa dire di Paolo, che predicò il Vangelo di Cristo da Gerusalemme fino all'Illirico e subì poi il martirio a Roma sotto Nerone? Tutto questo è riportato testualmente da Origene nel terzo tomo del Commento alla Genesi.
1. In quei tempi Giovanni, il prediletto di Gesù, insieme apostolo ed evangelista, era ancora in vita in Asia, dove, ritornato dall' esilio nell'isola per la morte di Domiziano, dirigeva le Chiese di quella regione.
2. Che fosse ancora in vita a quel tempo, basterebbe a confermarlo la parola di due testimoni ben degni di fede, poiché sono al primo posto nell'ortodossia ecclesiastica: Ireneo e Clemente Alessandrino.
3. Il primo di essi scrive testualmente nel secondo dei libri Contro le eresie: “E tutti i presbiteri che in Asia vennero in contatto con Giovanni, discepolo del Signore, testimoniano la sua tradizione. Rimase infatti tra loro fino all'epoca di Traiano”.
4. E nel terzo libro della stessa opera è riportata in questi termini la stessa testimonianza: “La Chiesa di Efeso, che Paolo fondò e in cui Giovanni rimase fino all'epoca di Traiano, è testimone veritiera della tradizione degli apostoli”.
5. Anche Clemente indica lo stesso periodo, e nella sua opera intitolata Chi è il ricco che si salva riporta inoltre una storia, destinata soprattutto a quanti amano ascoltare cose belle e utili. Leggiamola, quindi, così come è nel suo testo:
6. “Ascoltiamo una storia che non è una parabola, ma una testimonianza reale tramandata a proposito di Giovanni e di cui si conserva la memoria. Dopo la morte del tiranno, Giovanni rientrò ad Efeso dall'isola di Patmo. Egli era solito, quando lo chiamavano, andare nei paesi vicini dei Gentili per nominare vescovi, per organizzare intere Chiese, oppure per scegliere come chierico uno dei desi-gnati dallo Spirito Santo.
7. Arrivò così in una di quelle città non lontane (alcuni ne fanno anche il nome), dove, dopo aver genericamente confortato i fratelli, e mentre volgeva lo sguardo verso colui che aveva nominato vescovo, vide un giovane che si distingueva per il suo fisico, bello d'aspetto e dall'indole ardente, e disse: “Te lo affido con tutte le premure davanti alla Chiesa e a Cristo quali testimoni”. E il vescovo lo accolse e promise tutto, con le stesse parole e gli stessi testimoni.
8. Giovanni partì poi per Efeso e il presbitero, presosi in casa il giovane che gli era stato affidato, lo allevò, lo educò, ne ebbe cura e infine lo battezzò. Ma dopo il battesimo allentò tutto il suo zelo e la sua sorveglianza, dato che ormai aveva posto in lui il sigillo del Signore, che doveva costituire una protezione perfetta.
9. Ma lasciato libero troppo in fretta, il giovane fu corrotto da alcuni coetanei oziosi e dissoluti, abituati al male. Dapprima se lo portarono dietro in banchetti sontuosi, poi anche quando uscivano di notte a rubare, infine lo considerarono capace di compiere con loro imprese ancora più importanti.
10. Ed egli vi s'abituò, e per la veemenza della sua natura uscì dalla retta via come un cavallo che morde il freno, e sprofondò sempre più nel baratro.
11. Infine rinunziò alla salvezza divina, e non mirò più a piccole cose, ma avendo commesso qualcosa di grosso, dal momento che era ormai perduto una volta per tutte, seguì la stessa sorte degli altri. Riunitili, formò una banda di briganti, di cui era degno capo, essendone il più violento, il più micidiale e il più crudele.
12. Trascorso del tempo, vi fu una faccenda per cui si dovette richiamare Giovanni. E questi, dopo aver sistemato tutto ciò per cui era venuto, disse al vescovo: “Rendici ora il bene che io e Cristo ti abbiamo affidato in deposito di fronte alla Chiesa a cui tu presiedi, e che ne è testimone”.
13. Il vescovo dapprima rimase esterrefatto, pensando di essere accusato a torto di sottrazione di denaro che non aveva mai ricevuto, e non poteva né prestar fede a Giovanni per ciò che non aveva ricevuto, né mettere in dubbio la sua parola. Ma appena l'apostolo soggiunse: “Ti chiedo indietro quel giovane, l'anima di quel fratello”, gemendo profondamente, il vecchio rispose tra le lacrime: E’ morto”. “Come, e di che morte?” E’, morto a Dio” disse “perché è diventato malvagio e corrotto, un brigante, per dirla in breve, e adesso invece che in chiesa se ne sta sui monti con una banda uguale a lui”.
14. L'apostolo si strappò la veste, si batte il capo e gemendo a lungo disse: “Bel custode dell'anima di suo fratello ho lasciato! Mi sia portato subito un cavallo, e qualcuno mi faccia da guida”. E così com'era, partì subito dalla chiesa al galoppo.
15. Arrivato sul posto, fu catturato dall'avanguardia dei banditi; non tentò di fuggire, né supplicò, ma gridò loro: “Sono venuto per questo. Portatemi dal vostro capo”.
16. Questi, nel frattempo, stava ad aspettare armato, e appena riconobbe Giovanni che si avvicinava, si vergognò e scappò via.
17. Ma egli lo inseguì con tutte le sue forze, dimentico della sua età, e gridando: “Perché mi fuggi, figliolo, perché fuggi tuo padre, disarmato e vecchio? Abbi pietà di me, figliolo, non avere paura. Hai ancora speranza di vita. Renderò conto io per te al Signore; se occorre, accetterò di morire per te, come il Signore è morto per noi; darò la mia vita per la tua. Fermati, abbi fiducia: Cristo mi ha mandato”.
18. Uditolo, quegli prima si fermò con gli occhi bassi, poi gettò via le armi e scoppiò a piangere amaramente, tremando. Abbracciò il vecchio che gli andava incontro, chiedendo perdono come poteva tra i singhiozzi, e fu battezzato così una seconda volta nelle lacrime. Teneva però nascosta la mano destra.
19. Giovanni si fece garante, confermando con giuramento che aveva ottenuto il perdono per lui dal Salvatore, e pregando s'inginocchiò e gli baciò la destra, ormai purificata dal pentimento. Lo ricondusse poi nella chiesa, e intercedendo con molte preghiere, lottando insieme con lui in digiuni continui, affascinò la sua mente con i molteplici incanti delle sue parole. E a quanto dicono, non se ne andò prima di averlo ricollocato in seno alla Chiesa, dandoci così un grande esempio di vero pentimento, una grande prova di rinascita, un trofeo di risurrezione visibile”.
1. Abbiamo già riferito nelle pagine precedenti il tempo e il genere di morte di Pietro e Paolo, e anche il luogo in cui sono stati deposti i loro corpi, dopo che lasciarono questa vita.
2. Come pure si è già precisato quando morì Giovanni. Il luogo della sua sepoltura è indicato in una lettera che Policrate, vescovo della diocesi di Efeso, scrisse a Vittore, vescovo di Roma. In essa sono così ricordati lo stesso Giovanni e l'apostolo Filippo con le sue figlie:
3. “Grandi astri si sono spenti in Asia, ma risorgeranno l'ultimo giorno dell'avvento del Signore, quando scenderà in gloria dal cielo a richiamare tutti i santi: Filippo, uno dei dodici apostoli, riposa a Hierapolis con due sue figlie che si serbarono vergini tutta la vita, mentre la terza, vissuta nello Spirito Santo, è sepolta ad Efeso; anche Giovanni, colui che si abbandonò sul petto del Signore, che fu sacerdote e portò il “petalon” (Lamina d’oro fissata sulla mitra del sacerdote presso gli Ebrei), martire e maestro, giace ad Efeso”.
4. Questo è ciò che concerne la loro morte. E nel dialogo di Gaio sopra citato, Proclo, contro cui egli disputava, concorda con noi su quanto abbiamo esposto riguardo alla morte di Filippo e delle sue figlie, e dice: “Dopo di lui vi furono a Hierapolis in Asia quattro profetesse, figlie di Filippo: la loro tomba è là, ed anche quella del loro padre”. Questo è ciò che egli riferisce.
5. Anche Luca, negli Atti degli apostoli, menziona le figlie di Filippo, che vive-vano allora insieme con il padre a Cesarea di Giudea ed avevano ottenuto il dono della profezia, e dice: “Giungemmo a Cesarea, ed entrati nella casa di Fi-lippo l'evangelista, che era uno dei sette, restammo da lui. Aveva quattro figliole non maritate, che erano profetesse”.
6. Nelle pagine precedenti abbiamo esposto ciò di cui siamo a conoscenza a proposito degli apostoli e dei loro tempi, e dei testi sacri che ci hanno lasciato, considerando tanto quelli discussi, benché letti da molti in numerose chiese, quanto quelli che sono assolutamente spuri ed estranei all'ortodossia apostolica. Continuiamo ora la presente storia.
Io consideravo che cosa avessero detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo e qualsiasi altro dei discepoli del Signore; e che cosa anche dicevano Aristione e il presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Poiché non mi giovano tanto i libri da leggere, quanto la viva voce sonante degli autori
Appare quindi dallo stesso elenco dei nomi, che altri è Giovanni, che viene collocato tra gli Apostoli, altri è il presbitero Giovanni, che viene enumerato dopo Aristione. Questo abbiamo detto per spiegare l'opinione esposta più sopra , secondo la quale abbiamo riferito che molti ritengono che le due ultime lettere di Giovanni non siano dell'Apostolo, ma del presbitero
1. Dopo Domiziano regnò per un anno Nerva, che richiamò Giovanni dall'isola [di Patmo] e lo liberò, concedendogli di abitare ad Efeso. Egli era allora l'unico sopravvissuto tra i dodici discepoli e, dopo aver scritto il suo Vangelo, meritò il martirio.
2. Infatti Papia, vescovo di Gerapoli, che vi assistette, nel secondo libro dei detti del Signore, dice che egli fu ucciso dai Giudei; adempiendo evidentemente, assieme al fratello, la predizione fatta intorno ad essi da Cristo e la loro confessione ed approvazione a questo riguardo. Avendo infatti il Signore detto loro: Potete bere il calice che io bevo? essi prontamente assentirono ed approvarono. Voi berrete il mio calice, continuò il Signore, e sarete battezzati con il battesimo con il quale sono battezzato io. Ed è naturale [che sia accaduto così], poiché il Signore non mentisce.
3. Così conferma anche il dottissimo Origene nella spiegazione del Vangelo secondo Matteo, asserendo che Giovanni subì il martirio; e dice d'averlo appreso dai successori degli Apostoli. Ed anche l'eruditissimo Eusebio, nella storia ecclesiastica (III, I) dice: "Tommaso ebbe in sorte il paese dei Parti; Giovanni invece l'Asia, dove visse, morendo poi in Efeso".
Ultimo di questi è Giovanni, soprannominato figlio del tuono, il quale, essendo già molto vecchio, come ci tramandarono Ireneo, Eusebio ed altri storici posteriori degni di fede, essendo sorte in quel tempo gravi eresie, dettò il Vangelo al suo virtuoso discepolo Papia di Gerapoli, perché fosse di complemento a coloro che prima di lui avevano predicato alle genti per tutto il mondo.
Chiamarono Giuda Iscariota e glielo dissero: egli era, infatti, figlio del fratello del grande sacerdote Caifa; siccome non era uno dei discepoli che seguivano Gesù, tutti gli Ebrei l'istigarono a seguirlo, non per credere ai prodigi che egli operava n‚ per approvare i suoi discorsi, ma per consegnare Gesù nelle loro mani dandogli una parola menzognera.
Per questa bella impresa ricevette due dramme d'oro al giorno.
C'era pure, a quanto si dice, uno dei discepoli chiamato Giovanni che aveva passato due anni con Gesù.
[4] Tre giorni prima di impadronirsi di Gesù, Giuda disse agli Ebrei: "Su, teniamo consiglio e deliberiamo che non è il ladrone che ha rubato la legge, ma Gesù in persona.
Io poi mi incarico dell'arresto".
Quando furono pronunciate queste parole uno di noi, di nome Nicodemo, che custodiva le chiavi del santuario, si rivolse a tutti dicendo: "Non commettete un simile crimine!".
Nicodemo era più leale di tutti gli altri Ebrei.
Ma la moglie di Caifa, di nome Sarra, gridò: "Parlando in questo luogo santo, Gesù stesso disse: "Io posso distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni"".
Gli Ebrei le risposero: "Noi tutti crediamo alle tue parole!".
Terminato il consiglio, Gesù fu arrestato.